• ANSIA

    Che cos’è l’ansia?

    L’ansia è una risposta innata per l’adattamento all’ambiente, dai semplici cambiamenti di routine fino alle situazioni più estreme di pericolo. Tutti noi proviamo ansia. È un sistema di allarme del nostro cervello che si è sviluppato tramite migliaia di anni di evoluzione con lo scopo di rendere la nostra mente vigile e il nostro corpo pronto a reagire. Millenni fa, infatti, per la sopravvivenza degli animali più semplici hanno iniziato a selezionarsi delle reazioni poco più complesse dei riflessi che col tempo hanno preso la forma della risposta di ‘attacco o fuga’ che si è evoluta fino a diventare, nella specie umana, l’ansia.

    Quando siamo in ansia, ad esempio, il battito cardiaco accelera così che i muscoli vengono irrorati con più sangue al fine di migliorare la capacità di sostenere uno sforzo fisico. Per quanto oggi inutile o controproducente può apparire oggi, tale risposta permetteva ai nostri antenati di scappare da eventuali predatori. In situazioni di questo tipo l’attenzione si focalizza sull’oggetto che ci sta rendendo ansiosi, aumentando la nostra preoccupazione o spingendoci a comportamenti sconvenienti (ad es. smettere di guidare). Un tempo, invece, permetteva ad animali poco evoluti di spostare e mantenere l’attenzione su eventuali fonti di pericolo per poterle evitare.

    L’ansia è una risposta adattiva a situazioni (reali o immaginate) che sono vissute come minacce o sfide ed il suo ruolo è quello di preparare il nostro corpo a prestazioni migliori (ansia fisiologica), il problema è quando l’ansia diventa troppa e allora ci manda in crisi, ci blocca o peggiora la nostra prestazione (ansia patologica). A livelli estremi può anche scatenarsi un attacco di panico.

    I sintomi dell’ansia

    I sintomi dell’ansia si dividono in sintomi cognitivi; pensieri che si fanno veloci, l’attenzione che viene catturata da ciò che spaventa, rimuginazione’ sulla situazione stressante o interpretazioni catastrofiche di alcuni sintomi (ad es., mi batte forte il cuore quindi sto avendo un infarto) – e sintomi somatici; relativi al corpo, come il battito del cuore che aumenta o il respiro che diventa affannoso.

    Alcuni sintomi dell’ansia:

    • Tachicardia
    • Respiro affannoso
    • Sensazione di mancanza d’aria o soffocamento
    • Vertigini o giramenti di testa
    • Formicolii alle mani o ai piedi
    • Senso di costrizione o dolore al torace
    • Sentirsi svenire
    • Sudorazione
    • Tremori
    • Vampate di caldo o di freddo
    • Bocca secca
    • Nausea o nodo allo stomaco
    • Debolezza alle gambe
    • Visione annebbiata
    • Tensione muscolare
    • Impressione di non riuscire a pensare chiaramente o di non riuscire a parlare
    • Impressione che le cose intorno non siano reali
    • Paura di morire o di impazzire
    • Paura di perdere il controllo o di comportarsi in modo bizzarro
    • Impulso a fuggire
    • Tensione sul collo
    • Problemi a dormire

     

    I disturbi d’ansia

    • Agorafobia

    Gli individui con agorafobia sono spaventati e ansiosi riguardo a due o più delle seguenti situazioni: utilizzare trasporti pubblici, trovarsi in spazi aperti, stare in spazi ristretti, fare la fila o stare in mezzo alla folla oppure essere fuori di casa da soli. L’individuo teme queste situazioni a causa dei pensieri legati al fatto che potrebbe essere difficile fuggire o che potrebbe rivelarsi impossibile ricevere soccorso nel caso in cui si sopraggiunga un attacco di panico o altri sintomi vissuti come invalidanti o imbarazzanti. Queste situazioni vengono spesso evitate oppure richiedono la presenza di un accompagnatore.

    • Disturbo d’ansia generalizzata

    Le caratteristiche chiave del disturbo d’ansia generalizzata sono ansia e preoccupazione persistenti ed eccessive riguardanti diversi ambiti, tra cui il rendimento lavorativo o scolastico, che il soggetto ha difficoltà a controllare e su cui continua a rimuginare pensando che la preoccupazione sia una strategia di gestione dell’ansia efficace. Inoltre, l’individuo sperimenta sintomi fisici, tra cui irrequietezza e sensazioni di agitazione o tensione, facile affaticamento, difficoltà di concentrazione o vuoti di memoria, irritabilità, tensione muscolare e disturbi del sonno.

    • Disturbo d’ansia sociale (fobia sociale)

    Nella fobia sociale l’individuo ha paura o è ansioso, oppure evita le interazioni sociali e le situazioni che coinvolgono la possibilità di essere esaminato, giudicato o messo in imbarazzo. Tra le situazioni più comunemente temute vi sono: incontrare persone nuove, essere osservato mentre si mangia e si beve, parlare o esibirsi di fronte ad altri, essere il centro dell’attenzione. Le preoccupazioni sono di essere valutato negativamente dagli altri, di essere imbarazzato, umiliato e rifiutato oppure di offendere altre persone.

    • Disturbo di panico

    Nel disturbo di panico l’individuo sperimenta ricorrenti attacchi di panico ed è costantemente preoccupato o spaventato di avere ulteriori attacchi di panico, oppure modifica il proprio comportamento in modo disadattivo a causa degli attacchi (ad esempio l’evitamento di esercizio fisico o di luoghi sconosciuti). Gli attacchi di panico sono rappresentati da comparsa improvvisa di paura o disagio intensi che raggiungono il picco in pochi minuti e durano circa venti minuti accompagnati da sintomi fisici e/o cognitivi quali palpitazioni, sudorazione improvvisa, tremore, sensazione di soffocamento, dolore al petto, nausea, vertigini, paura di morire o di impazzire, brividi o vampate di calore.
    Gli attacchi di panico possono essere attesi, cioè in risposta a un oggetto o una situazione tipicamente temuta, oppure inaspettati, cioè si verificano senza una ragione evidente. Gli attacchi di panico possono presentarsi in qualsiasi disturbo d’ansia.

    • Fobia specifica

    Le persone con una fobia specifica sono spaventati o ansiosi riguardo a oggetti e situazioni circoscritte, che vengono evitati attivamente. La paura, l’ansia o l’evitamento sono indotti immediatamente dalla situazione fobica, a un livello tale da essere persistente e sproporzionato rispetto al reale rischio che questa rappresenta. Vi sono vari tipi di fobie specifiche: animali, ambienti naturali, sangue/iniezioni/ferite, situazioni.

    • Mutismo selettivo

    Costante incapacità di parlare in situazioni sociali specifiche in cui ci si aspetta che si parli (per es. scuola), nonostante si sia in grado di parlare in altre situazioni. Il disturbo è spesso contrassegnato da un’elevata ansia sociale.

    • Disturbo d’ansia da separazione

    La caratteristica essenziale del disturbo è una paura o ansia eccessiva riguardante la separazione da casa o dalle figure di attaccamento. L’ansia va al là di quella che ci si può aspettare in base allo stadio di sviluppo dell’individuo.

    Fonte: www.itcc.it

  • DISTURBO DI PANICO

    Gli attacchi di panico sono episodi improvvisi di intensa paura (spesso di essere sul punto di morire o di impazzire) accompagnata da sintomi fisici quali: sudorazione, capogiri, vampate di caldo o di freddo, tremori, sensazioni di soffocamento, dolore o fastidio al petto, nausea, bocca secca.

    Raggiungono il culmine in pochi minuti e durano circa una ventina di minuti, sono brevi ma molto intensi; la sintomatologia fisica é tanto forte da far pensare a problemi fisici (per es. attacchi cardiaci).

    Il primo o i primi attacchi di panico sono inaspettati. La paura di soffrire di un altro attacco, però, riesce velocemente a creare un circolo vizioso ansiogeno. Questa ‘paura della paura’ unita all’interpretazione catastrofica della sintomatologia fisica dell’ansia aumenta l’ansia e la produzione di anticipazioni catastrofiche su cosa potrebbe succedere e queste, a loro volta, possono facilitare altri attacchi di panico e portare il paziente ad evitare alcune circostanze che vengono associati alla possibilità di soffrire di altri attacchi (per es. luoghi affollati, ascensori, viaggiare da soli).

    Gli attacchi di panico sono spesso, ma non sempre, associati ad agorafobia. 

    Il trattamento del disturbo di panico prevede:

    • Assessment: diagnosi approfondita e concettualizzazione delle specificità del problema del paziente che lo aiuti a comprendere lo sviluppo e il funzionamento della sua patologia.
    • Psicoeducazione: informazioni sull’ansia, sul panico e sull’agorafobia.
    • Ristrutturazione cognitiva: modificazione delle modalità degli esiti temuti e delle sensazioni fisiche.
    • Training respiratorio: spiegazione della funzione della respirazione (es. iperventilazione) e insegnamento della respirazione diaframmatica.
    • Desensibilizzazione sistematica: associazione di stati di rilassamento a stimoli ansiogeni.
    • Esposizioni: esposizioni guidate alle situazioni temute, evitate e agli stimoli enterocettivi da affrontare un passo alla volta.

  • FOBIA SOCIALE

    L’ansia sociale o fobia sociale è un disturbo psicologico caratterizzato da un’intensa e persistente paura di affrontare le situazioni in cui si è esposti alla presenza e al giudizio altrui, per il timore di mostrarsi imbarazzato, di apparire incapace e ridicolo e di agire in modo inopportuno e umiliante. L’immediata conseguenza ad una esposizione è uno stato d’ansia che in alcuni casi può raggiungere l’intensità di un attacco di panico (APA, 2000)

    Il fobico sociale teme di essere osservato e divenire oggetto di scherno da parte degli altri o che le proprie prestazioni lo possano esporre a valutazioni negative, mentre la sua capacità di critica sulla reale possibilità che ciò avvenga è alterata. Di conseguenza, il soggetto, credendo di essere valutato negativamente e sentendosi quindi rifiutato, perde la stima di sé. 

    Si possono distinguere forme di fobia sociale in cui le paure riguardano una o alcune situazioni specifiche e forme nelle quali la varietà delle situazioni temute può essere molto ampia e comprendere la maggior parte degli ambiti interpersonali e sociali. 

    La fobia sociale specifica  si riferisce a una o due situazioni isolate, in cui generalmente è prevista una performance o attività mentre si è osservati da altri. 

    L’esempio più frequente  riguarda la paura intensa di parlare o di esibirsi davanti un gruppo di persone, che si verifica già parecchio tempo prima dell’inizio della performance, non si riduce progressivamente mentre essa procede e spesso la compromette irrimediabilmente.

    Nel caso della fobia sociale generalizzata si può avere timore di incontrare persone conoscenti o estranee in qualsiasi contesto, formale o informale, soprattutto se si tratta di persone che hanno una posizione di autorità o persone del sesso opposto, ed in alcuni casi perfino amici o familiari. 

    Una forma frequente nella pratica clinica è la fobia sociale nei confronti dell’altro sesso. In questi pazienti le reazioni ansiose si presentano in tutte quelle situazioni in cui si interagisce con il sesso opposto, soprattutto in quei casi in cui c’è un interesse di tipo sentimentale o sessuale, e solitamente si associa una compromissione rilevante sul piano delle relazioni sentimentali e della vita sessuale. In particolare, negli uomini l’ansia di prestazione può determinare impotenza con conseguente evitamento dei rapporti sessuali. 

    Il trattamento della fobia sociale

    L’intervento cognitivo-comportamentale è particolarmente efficace nel curare il disturbo d’ansia sociale. Il trattamento aiuterà le persone che soffrono di ansia sociale a concentrarsi sul proprio modo di pensare. Saranno così in grado di individuare con precisione le situazioni temute e di modificare i loro pensieri disfunzionali riguardo ad esse. Nella parte comportamentale della terapia, attraverso le tecniche di rilassamento, l’apprendimento delle abilità sociali e la tecnica dell’esposizione graduale alla situazione temuta (regolata sulle possibilità di ogni persona), i pazienti saranno aiutati a fronteggiare il proprio comportamento evitante, di protezione e di concentrazione su se stessi. Il terapeuta insegnerà al paziente a giudicare se stesso in modo meno rigido, ad accettare i propri limiti, reali o no che siano, ad ammettere la possibilità di non essere sempre giudicato positivamente da tutti, rinunciando alle proprie pretese di perfezionismo e al desiderio di un amore generalizzato nei suoi confronti.

  • DEPRESSIONE

    Ogni persona nel corso della propria vita sperimenta, prima o poi, un forte senso di tristezza, disperazione, mancanza di interesse o piacere per le attività quotidiane, e ha pensieri negativi su se stessa, sulla sua vita e sul suo futuro. Per la maggior parte delle persone queste sensazioni e questi pensieri sono passeggeri, durano qualche ora o pochi giorni, e si presentano in forma non grave. In questi casi non abbiamo a che fare con un disturbo depressivo ma con un momentaneo abbassamento dell’umore. L’ aggravarsi e il protrarsi nel tempo di questa condizione può tuttavia portare a situazioni di profondo malessere e ad una severa compromissione del funzionamento quotidiano della persona.

    L’Organizzazione Mondiale della Sanità ha dichiarato che nel 2020 la depressione sarà la più diffusa al mondo tra le malattie mentali e in generale la seconda malattia più diffusa dopo le patologie cardiovascolari; si calcola che oggi circa il 15% della popolazione soffra nella propria vita di un episodio depressivo maggiore. In questo caso i sintomi sono presenti per un periodo di tempo prolungato, per la maggior parte del giorno tutti i giorni e e si presenta con frequenza maggiore nelle donne rispetto agli uomini.

    Sintomi di depressione

    I sintomi che si possono presentare durante un episodio depressivo sono i seguenti:

    • Umore depresso quasi tutti i giorni, per la maggior parte del giorno
    • Diminuzione di interesse o piacere per le attività della vita quotidiana che prima risultavano piacevoli per la persona
    • Variazioni di appetito e di peso: la persona può presentare una diminuzione o un aumento dell’appetito, con conseguente modificazione del peso corporeo
    • Variazioni relative al sonno: l’individuo può dormire molto più del solito o al contrario può presentare difficoltà inerenti al sonno e dormire poche ore durante la notte
    • Mancanza di energia e tendenza ad affaticarsi
    • Difficoltà a concentrarsi e a pensare
    • Tendenza della persona a valutare negativamente se stessa, la propria vita e il futuro, e a provare sensi di colpa eccessivi
    • Pensieri ricorrenti relativi alla morte e al suicidio

    I sintomi generalmente non sono presenti tutti contemporaneamente e variano da un individuo a un altro. La depressione, inoltre, si accompagna molto spesso a sintomi d’ansia, intense preoccupazioni e pensieri sgradevoli.

    Gli eventi che possono scatenare un episodio depressivo sono diversi: un lutto, la perdita del lavoro, il trasferimento in un’altra città, la fine di una relazione, un periodo stressante. Tuttavia può anche trattarsi di eventi positivi che creano una condizione di stress alla persona, come ad esempio un matrimonio, la nascita di un figlio, una promozione sul lavoro.

    Cause della depressione

    La comunità scientifica non ha stabilito l’esistenza di un’unica causa definita che spieghi l’insorgenza della depressione; tuttavia è riconosciuta l’influenza fattori biologici e di fattori psicologici.

    Tra i fattori biologici troviamo l’ereditarietà (il disturbo depressivo maggiore è 1.5-3 volte più frequente tra i familiari di primo grado di pazienti col disturbo rispetto alla popolazione generale), modificazioni nei livelli dei neurotrasmettitori cerebrali e disregolazione del sistema neruroendocrino.

    Per quanto riguarda i fattori psicologici, un elemento rilevante può essere considerato il significato che la persona attribuisce agli eventi; un evento stressante, infatti, può assumere un significato per un individuo ed uno completamente diverso per un altro (ad esempio, una promozione sul lavoro può essere interpretata negativamente per la paura di fallire). Inoltre, esistono stili di pensiero che favoriscono l’insorgenza del disturbo e che portano la persona a vedere le cose secondo una prospettiva negativa.

    Trattamento psicologico

    Molto spesso, le persone con depressione abbandonano gran parte delle attività che svolgevano quando si sentivano bene, in quanto da esse non riescono più a trarre piacere. La giornata può quindi essere passata a dormire, oppure a rimuginare sulle proprie preoccupazioni, spesso in solitudine. Questo comportamento tuttavia non fa altro che aggravare i sintomi di depressione, abbassando ulteriormente l’umore. L’intervento cognitivo-comportamentale ha come primo obiettivo quello di interrompere questo circolo vizioso, aiutando la persona a programmare le proprie giornate con delle attività da svolgere.

    Un secondo obiettivo è quello di rendere consapevole l’individuo dello stile di pensiero e degli errori cognitivi che influiscono sul suo umore, modificandoli e permettendogli di vedere le cose attraverso una diversa prospettiva.

    Infine, essendo la depressione un disturbo ricorrente, il trattamento prevede un lavoro sulla prevenzione delle ricadute e sulla riduzione della vulnerabilità al disturbo.

    Fonte: www.itcc.it

  • DISTURBO OSSESSIVO COMPULSIVO

    Il disturbo ossessivo compulsivo è caratterizzato da pensieri, immagini o impulsi ricorrenti che innescano ansia e “obbligano” la persona ad attuare azioni ripetitive materiali o mentali. Talvolta vengono dette anche erroneamente manie o fissazioni. Come il nome lascia intendere, il disturbo ossessivo compulsivo prevede l’esistenza di sintomi quali ossessioni e compulsioni. Almeno l’80% dei pazienti ossessivi ha ossessioni e compulsioni, meno del 20% ha solo ossessioni o solo compulsioni.

    Le ossessioni sono pensieri, immagini o impulsi intrusivi e ripetitivi, percepiti come incontrollabili da chi li sperimenta. Tali idee sono sentite come disturbanti e solitamente giudicate come infondate o eccessive. Coloro che soffrono di disturbo ossessivo compulsivo possono temere oltremodo lo sporco, i germi e/o le sostanze disgustose; possono essere terrorizzati di procurare inavvertitamente danni a sé o ad altri (di qualunque natura: di salute, economici, emotivi, ecc.), di poter perdere il controllo dei propri impulsi diventando aggressivi, perversi, autolesivi, ecc.; Possono avere dubbi persistenti rispetto al sentimento che nutrono verso il partner o rispetto al proprio orientamento sessuale, anche se solitamente riconoscono che tutto ciò non è giustificato. Le ossessioni del disturbo ossessivo-compulsivo attivano emozioni sgradevoli e molto intense, quali paura, disgusto, colpa, con il conseguente bisogno di fare il possibile per rassicurarsi e gestire il proprio disagio.

    Le compulsioni tipiche del disturbo ossessivo compulsivo, dette anche cerimoniali o rituali, sono comportamenti ripetitivi (come controllare, lavare/lavarsi, ordinare, ecc.) o azioni mentali (pregare, ripetere formule, contare) finalizzati a contenere il disagio emotivo provocato dai pensieri e dagli impulsi che caratterizzano le ossessioni sopra descritte. Le compulsioni diventano facilmente rigide regole di comportamento e sono decisamente eccessive, talvolta bizzarre agli occhi degli osservatori.

    Disturbo ossessivo compulsivo: sintomi

    sintomi del disturbo ossessivo-compulsivo sono molto eterogenei, ma nella pratica solitamente se ne distinguono alcune tipologie, sebbene alcuni pazienti possano avere più di un tipo di disturbo contemporaneamente o in momenti diversi della propria vita.

    – Disturbo ossessivo compulsivo da contaminazione – I sintomi sono ossessioni e compulsioni connesse a improbabili (o irrealistici) contagi o contaminazioni. Sostanze “contaminanti” diventano spesso non solo lo sporco oggettivo, ma anche urine, feci, sangue e siringhe, carne cruda, persone malate, genitali, sudore, e persino saponi, solventi e detersivi, contenenti sostanze chimiche potenzialmente “dannose”. Se la persona entra in contatto con uno degli agenti “contaminanti”, mette in atto una serie di sintomi (rituali) di lavaggio, pulizia, sterilizzazione o disinfezione volti a neutralizzare l’azione dei germi e a tranquillizzarsi rispetto alla possibilità di contagio o a liberarsi dalla sensazione di disgusto.

    – Disturbo ossessivo compulsivo da controllo – I sintomi sono ossessioni e compulsioni implicanti controlli protratti e ripetuti senza necessità, volti a riparare o prevenire gravi disgrazie o incidenti. Le persone che ne soffrono tendono a controllare e ricontrollare, sia per tranquillizzarsi riguardo al dubbio ossessivo di aver fatto qualcosa di male e non ricordarlo, sia a scopo preventivo, per essere sicuri di aver fatto il possibile per prevenire qualunque possibile catastrofe. All’interno di questa categoria vi sono sintomi quali controllare di: aver chiuso le porte e le finestre di casa, le portiere della macchina, il rubinetto del gas e dell’acqua, la saracinesca del garage o l’armadietto dei medicinali; aver spento fornelli elettrici o altri elettrodomestici, le luci in ogni stanza di casa o i fari della macchina; non aver perso cose personali lasciandole cadere; non aver investito involontariamente qualcuno con la macchina.

    – Disturbi ossessivi puri – I sintomi sono pensieri o, più spesso, immagini relative a scene in cui la persona attua comportamenti indesiderati e inaccettabili, privi di senso, pericolosi o socialmente sconvenienti (aggredire qualcuno, avere rapporti omosessuali o pedofilici, tradire il partner, bestemmiare, compiere azioni blasfeme, offendere persone care, ecc.). Queste persone non hanno né rituali mentali né compulsioni, ma soltanto pensieri ossessivi.

    – Disturbo ossessivo compulsivo superstizioso – Si tratta di un pensiero superstizioso portato all’eccesso. Chi ne soffre ritiene che il fatto di fare o non fare determinate cose, di pronunciare o non pronunciare alcune parole, di vedere o non vedere certe cose (es. carri funebri, cimiteri, manifesti mortuari), certi numeri o certi colori, di contare o non contare un numero preciso di volte degli oggetti, di ripetere o non ripetere particolari azioni il “giusto” numero di volte, sia determinante per l’esito degli eventi. Tale effetto può essere scongiurato soltanto ripetendo l’atto (es. cancellando e riscrivendo la stessa parola, pensando a cose positive) o facendo qualche altro rituale “anti-iella”.

    – Disturbo ossessivo compulsivo da ordine e simmetria – Chi ne soffre non tollera assolutamente che gli oggetti siano posti in modo anche minimamente disordinato o asimmetrico, perché ciò gli procura una sgradevole sensazione di mancanza di armonia e di logicità. Libri, fogli, penne, asciugamani, videocassette, cd, abiti nell’armadio, piatti, pentole, tazzine, devono risultare perfettamente allineati, simmetrici e ordinati secondo una sequenza logica (es. dimensione, colore, ecc.). Quando ciò non avviene queste persone passano ore del loro tempo a riordinare ed allineare questi oggetti, fino a sentirsi completamente tranquilli e soddisfatti.

    – Disturbo ossessivo compulsivo da accumulo/accaparramento – E’ un tipo di ossessione piuttosto rara che caratterizza coloro che tendono a conservare ed accumulare (e talvolta perfino a raccogliere per strada) oggetti insignificanti e inservibili (riviste e giornali vecchi, pacchetti di sigarette vuoti, bottiglie vuote, asciugamani di carta usati, confezioni di alimenti), per la enorme difficoltà che hanno a gettarli. Oggigiorno questa problematica viene considerata distinta dal vero e proprio DOC e prende il nome di disturbo da accumulo (hoarding disorder).

    – Disturbo ossessivo compulsivo con compulsioni mentali – Non costituiscono una reale categoria a parte di disturbi ossessivi, perché la natura delle ossessioni può essere una qualunque delle precedenti. Coloro che ne soffrono, pur non presentando alcuna compulsione materiale, come nel caso delle ossessioni pure, effettuano precisi cerimoniali mentali (contare, pregare, ripetersi frasi, formule, pensieri positivi o numeri fortunati) per scongiurare la possibilità che si avveri il contenuto del pensiero ossessivo e ridurre di conseguenza l’ansia.

    Una forma particolare di ossessione è quella che riguarda la preoccupazione eccessiva e irrazionale di avere una parte del proprio corpo difettosa o deforme (dismorfofobia).

    Fonte www.ipsico.it

  • DISTURBI SESSUALI

    Una Disfunzione Sessuale (o disturbo sessuale) è caratterizzata da un’anomalia del processo che sottende il ciclo di risposta sessuale, o da dolore associato al rapporto sessuale.

    Le disfunzioni sessuali di cui potresti soffrire sono:

    • Disturbo da desiderio ipoattivo (il desiderio sessuale è assente o molto basso)
    • Avversione sessuale(sentimenti di ripugnanza nei confronti dell’attività sessuale e/o verso gli organi sessuali)
    • Disturbo dell’eccitazione sessuale femminile (mancanza di eccitazione e di attivazione sessuale)
    • Disturbo maschile dell’erezione (disfunzione erettile o ‘impotenza’ ovvero incapacità di raggiungere, o di mantenere fino al completamento dell’attività sessuale, un’adeguata erezione
    • Disturbo dell’orgasmo femminile (ricorrente ritardo o assenza dell’orgasmo dopo una fase normale di eccitazione sessuale)
    • Disturbo dell’orgasmo maschile (eiaculazione ritardata o ricorrente ritardo o assenza dell’orgasmo dopo una fase normale di eccitazione sessuale)
    • Eiaculazione precoce (incapacità di controllare l’eiaculazione così che questa avviene prima che il rapporto sessuale sia concluso o, comunque, soddisfacente)
    • Dispareunia (dolore genitale durante il rapporto sessuale)
    • Vaginismo (ricorrenti o persistenti contrazioni involontarie dei muscoli all’ingresso della vagina quando si tenta la penetrazione vaginale con pene, dita, tamponi o speculum)

    Le cause delle disfunzioni sessuali possono essere sia di natura fisica che psicologica.
    Tra i
    fattori fisici, si possono richiamare gli squilibri ormonali (soprattutto nelle donne in età vicina alla menopausa), il diabete e l’abuso prolungato di alcol (entrambi legati alle disfunzioni erettili negli uomini), disturbi neurologici, effetti collaterali di alcuni farmaci, ecc. Ma le cause più comuni sono di natura psicologica. Tra queste si possono elencare: l’ansia da prestazione, il timore della gravidanza o della trasmissione di malattie virali, la depressione, le idee distorte relative al sesso, i pregiudizi di tipo religioso o morale, problemi relazionali, ecc. Evidentemente, le dinamiche della coppia hanno un impatto rilevante nella vita sessuale del soggetto, causando spesso veri e propri problemi sessuali.

    È sempre importante escludere, con esami medici specifici (urologici o ginecologici), la presenza di eventuali disfunzioni organiche. Una volta accertata la funzionalità fisica degli organi, il problema dovrà essere affrontato sul piano psicologico; spesso, infatti, una buon intervento psicologico permette di superare con relativa facilità questo tipo di problemi. La terapia sessuale considera il terapeuta come un elemento facilitante l’abilità del cliente di scoprire e incrementare soluzioni efficaci alla difficoltà che si presentano.

    Trattamento

    Generalmente, la prognosi delle disfunzioni sessuali è molto buona: con le terapie sessuali brevi si ottengono elevati tassi di successo in tempi ridotti. È stato dimostrato che i migliori risultati derivano proprio dall’applicazione delle tecniche di terapia cognitivo-comportamentale ad ogni specifico disturbo, combinate con una ristrutturazione cognitiva dei pensieri disfunzionali legati al sesso. Tali tecniche consistono in esercizi volti ad ottenere un ri-addestramento graduale alle abilità compromesse. Si tratta di esercizi da svolgere “passo-dopo-passo” individualmente o, preferibilmente, in coppia. Sono senz’altro utili anche i self-help book e, laddove pertinente, il counseling di coppia.

    Fonte : www.istitutobeck.com

  • DISTURBI DI PERSONALITà

    disturbi di personalità non sono caratterizzati da specifici sintomi o sindromi, come ad esempio il disturbo ossessivo-compulsivo, la depressione o gli attacchi di panico, ma dalla presenza esasperata e rigida di alcune caratteristiche di personalità.

    La personalità (o carattere) è stata definita in molti modi, ma si può dire che sia l’insieme delle caratteristiche, o tratti stabili, che rappresentano il modo con il quale ciascuno di noi risponde, interagisce, percepisce e pensa a ciò che gli accade.

    Si può anche dire che la personalità, per chiunque e non solo per chi soffre di disturbi di personalità, sia il modo stabile che ciascuno di noi si è costruito, con le proprie esperienze ed a partire dal proprio temperamento innato, di rapportarsi con gli altri e con il mondo. I tratti che la compongono rappresentano le caratteristiche del proprio stile di rapporto con gli altri: così esiste per esempio il tratto della dipendenza dagli altri, o della sospettosità, o della seduzione, oppure quello dell’amor proprio. Normalmente questi tratti devono essere abbastanza flessibili a seconda delle circostanze: così in alcuni momenti sarà utile essere più dipendenti o passivi del solito, mentre in altri sarà più funzionale essere seducenti.

    disturbi di personalità sono caratterizzati dalla rigidità e dalla presentazione inflessibile di tali tratti, anche nelle situazioni meno opportune. Ad esempio, alcune persone tendono sempre a presentarsi in modo seducente indipendentemente dalla situazione nella quale si trovano, rendendo così difficile gestire la situazione; altre persone, invece, tendono ad essere sempre talmente dipendenti dagli altri che non riescono a prendere autonomamente proprie decisioni. Solitamente tali tratti diventano così consueti e stabili che le persone stesse non si rendono conto di mettere in atto comportamenti rigidi e inadeguati, da cui derivano le reazioni negative degli altri nei loro confronti, ma si sentono sempre le vittime della situazione e alimentano il proprio disturbo di personalità.
    Così, ad esempio, una persona che presenta un disturbo paranoide di personalità, non capisce che, con il suo comportamento sospettoso, non dà fiducia agli altri, e si “tira addosso” fregature e reazioni aggressive, confermandosi l’idea che non ci si può fidare di nessuno.

    disturbi di personalità sono stati classificati, secondo la più diffusa classificazione psicopatologica, in tre categorie:

    Disturbi di personalità caratterizzati dal comportamento bizzarro:

    • Disturbo paranoide di personalità: chi ne soffre tende ad interpretare il comportamento degli altri come malevolo, comportandosi così sempre in modo sospettoso.
    • Disturbo schizoide di personalità: chi ne soffre non è interessato al contatto con gli altri, preferendo uno stile di vita riservato e distaccato dagli altri.
    • Disturbo schizotipico di personalità: solitamente è presentato da persone eccentriche nel comportamento, che hanno scarso contatto con la realtà e tendono a dare un’assoluta rilevanza e certezza ad alcune intuizioni magiche.

    Disturbi di personalità caratterizzati da un’alta emotività:

    • Disturbo borderline di personalità: solitamente chi ne soffre presenta una marcata impulsività ed una forte instabilità sia nelle relazioni interpersonali sia nell’idea che ha di sé stesso, oscillando tra posizioni estreme in molti campi della propria vita.
    • Disturbo istrionico di personalità: chi ne soffre tende a ricercare l’attenzione degli altri, ad essere sempre seduttivo e a manifestare in modo marcato e teatrale le proprie emozioni.
    • Disturbo narcisistico di personalità: chi ne soffre tende a sentirsi il migliore di tutti, a ricercare l’ammirazione degli altri e a pensare che tutto gli sia dovuto, data l’importanza che si attribuisce.
    • Disturbo antisociale di personalità: chi ne soffre è una persona che non rispetta in alcun modo le leggi, tende a violare i diritti degli altri, non prova senso di colpa per i crimini commessi.

    Disturbi di personalità caratterizzati da una forte ansietà:

    • Disturbo evitante di personalità: chi ne soffre tende a evitare in modo assoluto le situazioni sociali per la paura dei giudizi negativi degli altri, presentando quindi una marcata timidezza.
    • Disturbo dipendente di personalità: chi ne soffre presenta un marcato bisogno di essere accudito e seguito da parte degli altri, delegando quindi tutte le proprie decisioni.
    • Disturbo ossessivo compulsivo di personalità: chi ne soffre presenta una marcata tendenza al perfezionismo ed alla precisione, una forte preoccupazione per l’ordine e per il controllo di ciò che accade.

    Fonte: www.ipso.it

  • Dipendenza affettiva

    Quando l’amore si trasforma in una ossessione che domina la mente e fa soffrire, non parliamo più di amore ma di dipendenza affettiva o love addiction, una problematica legata alle emozioni, ai pensieri e ai comportamenti delle relazioni amorose, sempre più diffusa nel mondo contemporaneo.

    La dipendenza affettiva in una relazione di per sé non è patologica. E’ assolutamente normale, in particolare durante la fase dell’innamoramento, che ci sia un certo grado di dipendenza e fusione con il partner. Il desiderio di dipendenza dovrebbe diminuire con lo stabilizzarsi del rapporto lasciando nella coppia una piacevole percezione di autonomia. Chi manifesta i sintomi della dipendenza affettiva, invece, ha un desiderio di fusione che si mantiene inalterato nel tempo.

    Anche se la dipendenza affettiva non viene considerata nei manuali diagnostici come una vera e propria dipendenza, essa può raggiungere una forma così estrema da diventare patologica e presentare caratteristiche simili alla dipendenza da uso di sostanze.
    Chi soffre dei sintomi della dipendenza affettiva ha un forte bisogno di legame nei confronti di una persona dalla quale dipende totalmente e sulla quale investe tutte le proprie energie; vive costantemente nell’ansia di poterla perdere e ha bisogno di continue rassicurazioni. Chi manifesta dipendenza affettiva di solito ha difficoltà nell’identificare in modo consapevole i propri bisogni ed obiettivi se non in presenza di una figura di supporto o di un contesto che svolga questa funzione. Nella coppia tende a porre al partner richieste affettive esagerate ed incongruenti e a non sentirsi amato in maniera sufficiente ed adeguata. Talvolta aumenta tali richieste fino a determinare una rottura definitiva del rapporto.

    Il bisogno di protezione e la scarsa autostima costituiscono il tema di fondo di chi soffre di love addiction, alimentato da credenze secondo cui la propria felicità dipende completamente dalla vicinanza di una persona supportiva. Le caratteristiche della persona con sintomi di dipendenza affettiva corrispondono in parte a quelle di chi soffre di Disturbo Dipendente di Personalità. Sul versante della personalità, si possono sovrapporre caratteristiche anche del disturbo evitante, istrionico e narcisistico di personalità. La dipendenza affettiva può sfociare in sintomi gravi come depressione, disturbi alimentari, disturbi d’ansia, stress, insonnia o abuso di sostanze.

    I sintomi della dipendenza affettiva non si manifestano necessariamente all’interno di una relazione di coppia, ma possono manifestarsi anche nei confronti di un genitore, di un altro familiare, di una figura amicale o di una persona d’autorità.

    Trattamento

    L’intervento psicologico può aiutare il paziente dipendente affettivo a riconoscere le complesse trappole cognitive ed emotive che lo conducono a sofferenza e infelicità.

    Gli obiettivi principali del percorso di cura della dipendenza affettiva riguardano:

    risolvere i principali sintomi della dipendenza affettiva, migliorare l’autostima, sviluppare capacità assertive di riconoscimento validazione ed espressione di bisogni ed emozioni, acquisire autonomia, modificare i modelli di attaccamento insicuro attraverso l’elaborazione e il contenimento delle esperienze negative infantili e l’instaurarsi di legami significativi e soddisfacenti.

    Fonte www.ipsico.it

  • Nuove dipendenze

    Le nuove dipendenze, o “new addictions”, comprendono tutte quelle forme di dipendenza in cui non è implicato l’intervento di alcuna sostanza chimica. L’oggetto della dipendenza, infatti, è in questo caso un comportamento o un’attività lecita e socialmente accettata. Per questo motivo le new addictions si definiscono dipendenze comportamentali.

    Per la maggioranza delle persone queste attività rappresentano parte integrante del normale svolgimento della vita quotidiana. Tuttavia, per alcuni individui possono assumere caratteristiche patologiche, fino a provocare gravissime conseguenze. Negli ultimi anni si è assistito ad un’enorme diffusione di queste dipendenze comportamentali.

    Dipendenza da Gioco D’Azzardo

    Il GAP, acronimo per il gioco d’azzardo compulsivo, è poco conosciuto sicuramente per il fatto di avere un’apparenza innocua, socialmente ben accettata e con profonde tradizioni popolari. In realtà, finché la sua pratica si mantiene nei termini di una tranquilla frequentazione, esso può svolgere un ruolo ricreativo e ludico assolutamente positivo. Pressanti problemi nascono quando, per una serie complessa e profonda di cause, il piacere del gioco diventa un impulso incontrollabile, patologico, che arriva a stravolgere i rapporti familiari, sociali, finanziari in una maniera forse ancora troppo sconosciuta nel nostro paese. Ma chi è il giocatore d’azzardo patologico?

    Le 6 macrocategorie di giocatori d’azzardo:

    Giocatori patologici per azione: sono persone che hanno perso il loro controllo sulla loro attività di gioco d’azzardo. Quest’ultima per loro, è la cosa più importante nella vita, poiché li mantiene in azione e quindi “vivi”. Le relazioni ed attività familiari, sociali e lavorative vengono influenzate negativamente dall’attività di gioco.

    • Giocatori patologici per fuga: sono giocatori che trovano nell’attività di gioco sollievo da sensazioni di ansia, solitudine, rabbia o depressione. Usano il gioco d’azzardo per sfuggire da crisi o da difficoltà. In questo caso, il gioco ha un effetto “analgesico” e non una risposta euforica.
    • Giocatori sociali costanti: per queste persone il gioco d’azzardo è la forma principale di relax e di divertimento, ma è in secondo piano rispetto alla famiglia e al lavoro.
    • Giocatori sociali adeguati: queste persone giocano per passatempo, per socializzare e per divertimento. A questa categoria appartiene la maggioranza della popolazione adulta.
    • Giocatori antisociali: coloro che si servono del gioco al fine di ottenere guadagni illegali.
    • Giocatori professionisti: sono persone che giocano d’azzardo per professione e, considerandolo una professione si mantengono attraverso di esso.

    Alle categorie dei giocatori patologici per azione e per fuga, appartengono le persone bisognose di aiuto psicologico e psichiatrico, chiamate anche vittime del gioco. Il loro è un mondo colmo di sofferenza, di bugie, debiti e disperazione. La scienza ufficiale ha riconosciuto il gioco d’azzardo patologico come disturbo mentale nel 1980. Il Manuale Statistico e Diagnostico dei Disturbi Mentali, edito dall’American Psychiatric Association, ha incluso nella terza edizione dello stesso, il gioco d’azzardo patologico, definendolo come un impulso irresistibile e incontrollabile, che poteva progredire in intensità ed urgenza, consumando sempre più risorse di tempo, di energia di pensiero e di emozioni. I criteri diagnostici furono modellati su quelli delle tossicodipendenze ed includevano i concetti di tolleranza e astinenza.

    Dipendenza da sesso

    La sexual addiction, cioè dipendenza da sesso, è una relazione malata con il sesso, in tutte le sue forme. È difficile capire quando si può definire una dipendenza sessuale, poiché il comportamento sessuale varia da persona a persona. Alcuni individui hanno, di natura, una pulsione sessuale maggiore di altri, vivendo degli eccessi sessuali; ma sono in grado di controllarli e hanno la capacità di dire di no. I dipendenti sessuali, invece, hanno perso il controllo sulla loro capacità di dire no. Il comportamento sessuale è un’attività sfrenata, un incontrollabile desiderio da soddisfare ad ogni costo per alleviare stress e sentimenti negativi o dolorosi, relazioni intime che non riescono più a controllare e considerazione solo come oggetti da usare, delle persone. Il dipendente segue uno schema di auto-distruzione o un comportamento sessuale molto rischioso, non soddisfacente e incapace di fermare. Il sesso diventa inevitabile, non badando né alle circostanze né alle conseguenze. L’atto compulsivo termina con l’orgasmo. La dipendenza da sesso non è molto conosciuta perché non è legata ad una sostanza (come il gioco d’azzardo, shopping compulsivo, ecc.). Lo sviluppo è simile a quello delle altre dipendenze con un progressivo aumento dello stimolo, energia utilizzata per la ricerca di eventi sessuali, sviluppo della tolleranza e sintomi di astinenza (psichica).

    Dipendenza da lavoro

    Tutte le persone, in genere, lavorano per poter guadagnarsi da vivere e mangiare. Tuttavia, questo comportamento, considerato normale, può diventare una dipendenza quando non ha più una funzione di sopravvivenza, ma ci aiuta a superare mancanze esistenziali e problemi familiari. Si parla così work addiction (o workaholism), cioè la dipendenza da lavoro che appartiene alla categoria delle dipendenze non legate a sostanze e per questo, spesso le viene data meno importanza. Ci sono similitudini con le altre dipendenze, quali l’autodistruzione fisica, psichica e sociale. Tuttavia, non sempre il “tanto lavoro” ed il “piacere nel lavoro”, possono essere definiti come dipendenza. Il passaggio da un comportamento normale ad uno compulsivo patologico, è diviso in tre fasi:

    • Fase iniziale: caratterizzata da uso, abuso ed piacere. Il pericolo inizia in modo innocuo e lo stile di vita viene mimetizzato dal lavoro. La persona inizia a lavorare di nascosto, nel tempo libero lavora o legge materiale riguardante il lavoro e lo stile di vita diventa frettoloso. Pensa solo al lavoro, trascurando la famiglia ed altri interessi. In questo stadio, non è possibile individuare evidenti disturbi fisici (mal di testa, mal di stomaco e disturbi cardiaci o circolator) o psichici (esaurimento, leggere depressioni, disturbi della concentrazione). Il dipendente si dedica sempre più al lavoro poiché le sue forze lavorative sembrano inesauribili, ignorando però questi problemi.
    • Fase critica: caratterizzata da abuso, comportamento evasivo ed assuefazione. È possibile capire se si tratta di dipendenza oppure abuso del lavoro. La persona, non smette più di lavorare, trova scuse per giustificare il suo lavorare troppo, accumula lavoro e si sente inutile se non è sotto pressione. Essere commiserato dagli altri a causa del tanto lavoro, fa diminuire i sensi di colpa e rafforza l’autostima, aumenta un comportamento aggressivo e impaziente verso i colleghi di lavoro. In questo stadio sintomi fisici (pressione alta, ulcera e depressioni) sono così gravi, da richiedere interventi medici, interrompendo il lavoro. Tuttavia, le vere cause della sofferenza non sono trattate.
    • Fase cronica: caratterizzata dall’assuefazione e la dipendenza. Questa fase è caratterizzata da lavoro notturno, feriale e festivo. Il dipendente tratta con durezza ed ingiustizia i colleghi che non condividono il suo stile, manca di rispetto alla concorrenza e rinuncia alla vita privata. Il dipendente si sente vivo solo grazie alla sua attivitá professionale, gestendola in modo tale da non dover smettere mai di lavorare, togliendo sempre più ore di sonno arrivando anche giorni interi senza chiudere occhio; ciò porta ad un rendimento povero.

    Dipendenza da internet

    Come ogni altra innovazione tecnologica, Internet consente sotto molti aspetti un miglioramento nella vita delle persone, ma allo stesso tempo rappresenta anche un pericolo per chi non ne sappia usufruire in maniera adeguata. È assodato che l’uso eccessivo di Internet, porta progressivamente all’assorbimento totale del soggetto, portando alla Internet Addiction Disorder, ovvero la dipendenza da internet.

    Dipendenza da shopping

    Lo shopping compulsivo, ovvero dipendenza dagli acquisti, è un disturbo caratterizzato dall’impulso irrefrenabile ed immediato di dover acquistare. La tensione crescente, viene alleviata solo comprando, nonostante le possibili difficoltà in campo finanziario, relazionale, lavorativo e psicologico. Poiché non viene assunto nessun tipo di sostanza (come nell’alcolismo o tossicodipendenza), classificandola come dipendenza da comportamento, induce nella società una visione poco critica delle conseguenze che può generare nella vita dei soggetti dipendenti, che lo fanno per ridurre ansia o disagio, proteggendosi dalle proprie paure, senza però fornire alcuna gratificazione. Dietro la mania, quasi sempre femminile, di comprare potrebbe esserci il timore di apparire poco desiderabili, attraenti. I soggetti affetti da questa patologia sostengono di essere assaliti dall’urgenza di comprare, come in preda ad un’ossessione che li costringe a mettere in atto il comportamento. Secondo gli studiosi, tale disturbo presenta caratteristiche di tipo egosintonico (genera sollievo e piacere dopo l’acquisto) ed egodistonico (crea stress, conseguenze negative e sentimenti di colpa).

    Fonte www.siipac.it

  • Anoressia e Bulimia

    Descrizione disturbi dell’alimentazione

    I disturbi dell’alimentazione consistono in disfunzioni del comportamento alimentare e/o in comportamenti finalizzati al controllo del peso corporeo, che danneggiano in modo significativo la salute fisica o il funzionamento psicologico. Nella classificazione dei disturbi alimentari rientrano: l’anoressia nervosa, la bulimia nervosa e i disturbi da alimentazione incontrollata.

    Descrizione del Disturbo di Anoressia

    L’anoressia nervosa è caratterizzata dal rifiuto di mangiare e di  mantenere il peso corporeo nella norma, arrivando al di sotto dell’85% rispetto a quanto previsto per età, sesso e statura. Si ha un’intensa paura di diventare grassi anche se si è in realtà sottopeso, spesso negando la propria magrezza e lamentandosi di essere troppo grassi.
    La
    forma e il peso del corpo assumono un’influenza eccessiva sul proprio livello di autostima, condizionando tutta l’esistenza e il comportamento della persona. Nelle ragazze e nelle donne per parlare di anoressia ci deve essere l’assenza di almeno 3 cicli mestruali consecutivi, dovuta fisiologicamente al sottopeso. 

    Negli ultimi anni i disturbi del comportamento alimentare sono nettamente aumentati in particolare nel mondo occidentale, dove l’ideale di magrezza e di linea perfetta è sempre più  diffuso (in zone del mondo dove c’è malnutrizione essere grassi è considerata una prova di salute e benessere sociali). Colpisce ogni strato sociale, con una forte  prevalenza nel sesso femminile (circa 90%). Insorge generalmente nell’adolescenza, raramente in donne oltre i 40 anni. (in quest’ultimo caso, spesso è presente un evento della vita stressante, in collegamento con l’esordio del disturbo.

    Si  possono distinguere due forme di questo disturbo: l’anoressia restrittiva, in cui la perdita di peso è ottenuta attraverso una dieta ferrea, il digiuno e/o l’eccessiva attività fisica e quella con bulimia, quando alle condotte di restrizione del’assunzione del cibo, si aggiungono episodi di abbuffate (caratterizzate da un’abnorme ingestione di cibo in un tempo ridotto e dalla sensazione di perdere il controllo durante l’episodio) alternate a condotte di eliminazione (vomito autoindotto, uso eccessivo di lassativi o diuretici). Uno dei vissuti più angoscianti delle persone anoressiche, è legato ad una errata percezione del proprio corpo, vissuto come sgradevole e perennemente inadeguato. Alcuni si sentono grassi in riferimento a tutto il loro corpo, altri pur ammettendo la propria magrezza concentrano le loro critiche ad alcune parti del corpo (di frequente la pancia, i glutei, le cosce).

    Il disturbo dell’immagine corporea non è imputabile ad un disturbo della percezione, in quanto tendono a sovrastimare anche il peso e la forma di altre persone, ma mai quanto i propri. Questa distorsione tende inoltre a diminuire man mano che le persone riacquistano peso. Il livello di autostima e di valutazione di sè è influenzato dalla capacità di controllare il proprio peso e i fallimenti sono seguiti da autocritica e svalutazione. Essendo gli standard attesi molto elevati e il metro di giudizio tendente al perfezionismo, diventa molto facile che gli obiettivi non vengano raggiunti e si presentino tali condizioni negative. In un primo momento lo stress e le fatiche della restrizione vengono sostituiti da un maggior senso di energia e da un generale stato di benessere. Quando però questa fase termina, il pensiero del cibo e del mangiare ritorna, insieme alla paura di perdere il controllo e alla paura che se si mangia normalmente si sarà incapaci di smettere e si ingrasserà. Con l’aumento della perdita di peso la concentrazione, la memoria e la capacità di giudizio critico diminuiscono, mentre si accentuano sempre più le emozioni negative, l’iperattività, l’irritabilità, l’asocialità e i disturbi del sonno. Nei casi in cui vi è una evoluzione cronica, o comunque una perdita di peso superiore al 25%, e/o complicazioni mediche è necessario il ricovero ospedaliero.

    Descrizione del Disturbo di Bulimia

    Come si riconosce il disturbo? Si fa diagnosi di Bulimia quando sono presenti i seguenti comportamenti: abbuffate ricorrenti, ovvero consumo di grandi quantità di cibo indipendentemente dalla percezione di fame e con la sensazione di perdita di controllo (ad esempio: mangiare un pacco intero di merendine subito dopo un pranzo completo); condotte di compenso, finalizzate a neutralizzare gli effetti delle abbuffate, come il vomito autoindotto (che è il comportamento di compenso più frequentemente utilizzato), l’assunzione impropria di lassativi e diuretici, o la pratica eccessiva di esercizio fisico. È, inoltre, presente una continua ed estrema preoccupazione per il peso e le forme corporee. Le abbuffate sono vissute in genere con estrema vergogna e disagio; spesso sono associate a momenti di solitudine, di stress, di sensazione psicologica di vuoto o di noia, ed il cibo viene rapidamente ingerito in maniera scomposta, incoerente ed eccessiva.

    Quando siamo davanti a un caso di bulimia le abbuffate e le condotte compensatorie si verificano almeno 2 volte a settimana per un periodo minimo di tre mesi. I soggetti bulimici generalmente hanno un peso normale, cosa che rende il disturbo più difficile da identificare (rispetto per esempio all’anoressia, facilmente individuabile per la significativa perdita di peso).

    È un disturbo che usualmente insorge alla fine dell’adolescenza o all’inizio della giovinezza ed è molto più frequente nel sesso femminile (9 a 1 nel rapporto con il sesso maschile). L’esordio si ha generalmente in un età compresa tra i quindici e i venticinque anni, con un picco nella fascia d’età che va dai 17 ai 19. Sono comunque descritte anche forme precoci, in età infantile, e tardive.

    Le complicanze mediche, spesso sottovalutate, sono conseguenti sia delle abbuffate sia delle condotte di compenso. Il vomito ripetuto e l’abuso di lassativi o diuretici inducono scompensi dell’equilibrio elettrolitico, soprattutto riducono i livelli ematici di potassio, con serie ripercussioni a livello cardiaco, renale, cerebrale. Gastriti, esofagiti, emorroidi, prolasso rettale sono tra le altre patologie secondarie al vomito frequente e all’abuso di lassativi. Il vomito ripetuto, inoltre, può condurre ad una cospicua e permanente perdita dello smalto dentale, specialmente dei denti incisivi; questi diventano scheggiati, intaccati, e “tarlati”; aumenta inoltre la frequenza delle carie.

    Quelle elencate sono solo alcune delle conseguenze della bulimia. Se non trattati in tempi e con metodi adeguati, i disordini alimentari possono diventare una condizione permanente e nei casi gravi portare alla morte, che solitamente avviene per suicidio o per arresto cardiaco. Secondo l’American Psychiatric Association (APA), sono la prima causa di morte per malattia mentale nei paesi occidentali.

    Trattamento del Disturbo di Anoressia

    La terapia cognitivo comportamentale ha come obiettivi iniziali la normalizzazione del peso e l’abbandono delle condotte di restrizione dell’assunzione del cibo, delle abbuffate e delle condotte di eliminazione. In seconda battuta occorre aumentare i livelli di autostima, ampliare la definizione di sé al di là dell’apparenza fisica, ridurre il perfezionismo e il pensiero tutto-nulla, migliorare i rapporti interpersonali e, nel caso di adolescenti, aiutare i familiari a gestire il problema dei figli, mettendo anche in evidenza quali atteggiamenti siano controproducenti e da evitare.

    Trattamento del Disturbo di Bulimia

    La terapia cognitivo-comportamentale è un trattamento di provata efficacia per la bulimia nervosa. Obiettivo principale del trattamento è, innanzitutto, quello di normalizzare il comportamento alimentare; i pazienti devono riacquistare accettabili attitudini nei riguardi del cibo e modificare la convinzione che il peso costituisca l’unico o il principale fattore in base al quale valutare il proprio valore personale.

    Il primo passo consiste in interventi cognitivi tesi a interrompere il circolo vizioso restrizione-abbuffata-vomito, attraverso procedure come colloqui informativi e motivazionali, concettualizzazione del disturbo e condivisione con il paziente; vengono usate anche tecniche di automonitoraggio come i diari alimentari o la registrazione delle emozioni e pensieri che accompagnano i sintomi. L’obiettivo è riabituare il paziente a un’alimentazione corretta, regolarizzando la frequenza dei pasti e utilizzando attività alternative alle abbuffate o alle condotte eliminatorie. In una seconda fase il trattamento mira a rendere stabile il nuovo comportamento alimentare e, soprattutto, a ridurre l’eccessiva preoccupazione per il peso e le forme corporee.

    Vengono poi usate procedure cognitive per identificare e modificare le idee disfunzionali alla base del disturbo e tecniche comportamentali; tra queste in particolare si usano la procedura di esposizione e prevenzione della risposta, che consiste nell’assunzione di cibo alla presenza di un operatore e in condizioni in cui le condotte di compenso vengono bloccate.

    La terza fase prevede l’applicazione di procedure finalizzate a mantenere i risultati raggiunti durante il trattamento: vengono usate strategie di prevenzione delle ricadute e tecniche che mirano ad aumentare la capacità di fronteggiare le situazioni critiche per il paziente. Nella gran parte dei casi la terapia della bulimia è ambulatoriale. Nei casi più gravi e resistenti si può optare per trattamenti di tipo residenziale (ospedale, day hospital, comunità terapeutica).

    Fonte www.apc.it

  • INSONNIA

     

    L’insonnia può essere definita come una reiterata difficoltà ad iniziare e/o mantenere il sonno, tale che esso risulta di durata e/o qualità insoddisfacente.

    In particolare, chi soffre di insonnia, riferisce uno o più dei seguenti disturbi relativi al sonno: difficoltà all’addormentamento, difficoltà a mantenere il sonno, risvegli precoci al mattino ed un sonno cronicamente non ristoratore o di scarsa qualità.

    In aggiunta ai sintomi notturni, nella maggior parte dei casi, sono presenti anche sintomi diurni, quali ad esempio fatica, irritabilità, sonnolenza, disturbi dell’umore e difficoltà di apprendimento/memoria.

     A differenza di quanto comunemente si crede, non tutte le persone hanno bisogno di dormire 8 ore a notte: la quantità di sonno necessaria a ciascuno di noi per sentirsi riposati è assolutamente soggettiva, e varia da persona a persona. Infatti, esistono soggetti detti “brevi dormitori” che hanno bisogno di poche ore di sonno per sentirsi riposati (5 ore o meno) e “lungo dormitori” che hanno bisogno di un sonno di lunga durata (almeno 10 ore) per sentirsi riposati ed efficienti lungo la giornata.

     

    Quali sono le cause?

    Tra i fattori ritenuti causa dell’insorgenza del disturbo, gli eventi stressanti sono riportati nell’80% dei casi, seguiti da problemi fisici, inadeguata igiene del sonno e fattori ambientali.

    Uno dei modelli più accreditati, circa l’insorgenza di questo disturbo, asserisce che i soggetti che sviluppano insonnia sono caratterizzati da una serie di fattori predisponenti (familiarità, stile cognitivo ipervigile), l’esordio del disturbo sarebbe dovuto all’occorrenza di fattori precipitanti (eventi stressanti, problemi familiari/lavorativi/di salute), mentre il mantenimento sarebbe la conseguenza di fattori perpetuanti. Tra i fattori perpetuanti rientrano tutti quei comportamenti disfunzionali messi in atto dai soggetti per la paura di non riuscire a dormire o per compensare la perdita di sonno (ad es. sonnellini diurni), che combinati a credenze negative (paura di non riuscire a dormire, ansia) mantengono nel tempo un problema che altrimenti si sarebbe risolto, e avrebbe avuto una durata limitata nel tempo.

     

    Il trattamento

    Il trattamento dell’insonnia ha come obiettivo primario quello di migliorare la qualità/quantità del sonno e i sintomi diurni correlati al disturbo (scarsa attenzione e memoria, difficoltà di concentrazione, ecc…). Al fine di poter perseguire questi obiettivi le linee guida internazionali raccomandano di:

    • Identificare i comportamenti disadattavi e i pensieri che fungono da fattore perpetuante l’insonnia.
    • Portare all’evidenza del paziente, le sue distorsioni cognitive rispetto al proprio sonno, ed operare su di esse una ristrutturazione cognitiva che porti ad un atteggiamento più funzionale rispetto al dormire.
    • Utilizzando specifici metodi comportamentali, estinguere l’associazione tra “sforzo” per dormire e aumentato arousal, riducendo al minimo la quantità di tempo trascorso a letto sveglio, e contemporaneamente promuovere l’associazione tra il letto e rilassamento/sonno.
    • Ristabilire un ritmo sonno/veglia regolare ed un ambiente favorevole al sonno.
    • Impiegare tecniche psicologiche e comportamentali, per diminuire l’arousal psicofisiologico e l’ansia rispetto al proprio sonno.

    Spesso è sufficiente, intervenire sulle abitudini di vita (evitare i sonnellini pomeridiani, fare attività fisica durante il giorno, evitare di assumere caffeina o alcol la sera, modificare la propria alimentazione, ecc.) e sui fattori ambientali (il rumore, la temperatura nella stanza, la comodità del letto in cui si dorme, ecc.) per ridurre o eliminare il problema dell’insonnia.

  • Lutto

    Il lutto legato alla perdita è una reazione normale e inevitabile, che ha una sua evoluzione divisa in fasi.

    • La prima fase può essere definita di stordimento e confusione mista a incredulità.
    • La seconda fase è caratterizzata dalla rabbia e dalla ricerca della persona cara.
    • La terza fase è quella della disperazione.
    • Infine per naturale sopravvivenza si attraversa l’ultima fase che è quella dell’accettazione della perdita.

    Alcune persone possono sviluppare dei disturbi che complicano il lutto stesso:

    Possono presentarsi in modo invasivo, sentimenti e pensieri di tipo depressivo, come interessi ridotti, poca cura verso se stessi e gli altri, difficoltà lavorativa e nelle relazioni, disturbi del sonno, scarso appetito oppure reazioni opposte di tipo reattivo come interessarsi a tutto, esagerando, pur di non fermarsi a pensare.

    Vi possono essere disturbi legati a idee fisse, pensieri intrusivi e ricorrenti (tipo ossessioni) che si ripetono in continuazione, legati alla paura della morte per se stessi o per gli altri; es. paure di incidenti, viaggi, spostamenti vari, malattie.

    Manifestazioni come quelle descritte si possono presentare anche dopo sei mesi dalla perdita, configurando un vero e proprio Disturbo post- traumatico da stress.

     

    Ci possono essere anche somatizzazioni (risposte dell’organismo) tipo: mal di testa frequenti, gastriti, difficoltà nella digestione, malattie della pelle di natura puramente psicologica e non medica, frequenti febbri o raffreddori, perché il sistema immunitario (che ci protegge) viene come bombardato dallo stress, dalle paure e dalle ansie.

     

    Tutti questi disturbi peggiorano lo stato psicologico di chi vive già la sofferenza del lutto. Per poterli superare è importante porre attenzione a ciò che viene vissuto direttamente o a ciò che viene fatto notare dalle persone che ci sono accanto e rivolgersi ad uno psicologo per poter ricevere l’aiuto necessario in un momento così difficile.

    Il trattamento Cognitivo-Comportamentale per affrontare e superare il lutto

    Il trattamento cognitivo-comportamentale può aiutare ad affrontare e superare le difficoltà che si vivono dopo una morte e ad elaborare il lutto analizzando, insieme al terapeuta, tutto ciò che è accaduto e com’è stato vissuto.

    In particolare nella terapia si pone particolare attenzione a quel meccanismo di difesa per cui il ricordo di una persona che non c’è più viene rimosso, perchè fa troppo male. Questo crea nel tempo l’accumulo di altra sofferenza. Diventa allora importante rapportarsi con una figura specialistica, che aiuta, indicando la strada più corretta, a trovare un modo meno doloroso di pensare al defunto per poterne recuperare il legame in un modo nuovo, tutto interiore.

    La terapia serve anche a chi sopravvive ad affrontare il senso dell’abbandono e la tendenza a colpevolizzare chi ci ha lasciati, trovando contemporaneamente la possibilità di esprimere la sofferenza e di tirare fuori le proprie emozioni.

    Chi ci ha amato, continuerà a farlo nel nostro cuore, sempre se lo rendiamo un “ambiente” ospitale. 

    Fonte: www.istitutobeck.com

  • Disturbo post-traumatico da stress

    ll Disturbo post-traumatico da stress si manifesta con una serie di sintomi di disagio innescati dall’esperienza di eventi traumatici stressanti, come la personale esposizione ad eventi dolorosi, a una malattia grave, al rischio di morire o ad altre serie minacce alla propria integrità fisica o a quella di familiari e amici stretti (catastrofi naturali, violenze personali, incidenti, lutti, ecc.).

    Quali sono i sintomi?

    I principali sintomi associati al Disturbo post-traumatico da stress possono essere raggruppati in tre specie:

    • frequenti immagini e pensieri intrusivi, flashback o incubi ricorrenti che fanno rivivere l’evento traumatico;

    • comportamenti persistenti di evitamento di circostanze associabili al trauma (ad esempio, luoghi, attività o persone che fanno ricordare l’evento traumatico);

    • sintomi persistenti di sovra-eccitamento (ad esempio, irritabilità, preoccupazione, ansia, depressione, insonnia, difficoltà di concentrazione, ecc.).

    A questi sintomi possono aggiungersi conseguenze anche sul piano fisico, come palpitazioni, inappetenza, disturbi del sonno, ecc. Tra le conseguenze, non è raro l’abuso di alcol e droghe come un modo per cercare di dimenticare l’evento traumatico. L’insieme di questi sintomi e conseguenze può produrre effetti negativi sulla vita quotidiana del soggetto affetto dal Disturbo post-traumatico da stress, sulla vita lavorativa e relazionale.

    Trattamento

    Il trattamento del Disturbo post-traumatico da stress è teso a risolvere i problemi psicologici e comportamentali elencati sopra. L’intervento cognitivo-comportamentale porta invece a una progressiva riduzione dell’ansia e degli altri sintomi correlati all’evento traumatico, e nello specifico prevede l’applicazione delle seguenti tecniche:

    • l’esposizione in immagini, una tecnica basata sull’esposizione del soggetto al ricordo del trauma attraverso resoconti verbali e immaginativi;

    • l’esposizione in vivo, ossia il confronto graduale e controllato con quelle situazioni ansiogene precedentemente evitate dal soggetto;

    • la terapia cognitiva, che si concentra sulle credenze e assunzioni del soggetto circa se stesso, gli altri e il mondo, procedendo ad una ristrutturazione cognitiva dei pensieri distorti dopo aver effettuato un assessment specifico e accurato.

  • DISTURBI PSICOSOMATICI

    L’agire quotidiano richiede al nostro organismo di sapersi adattare a continui e improvvisi mutamenti della realtà che ci circonda. Molti di questi cambiamenti hanno un impatto positivo sulla nostra esistenza, assicurando piccoli momenti di piacevolezza o prefigurandosi come occasioni favorevoli alla crescita personale. Talvolta, tuttavia, le sollecitazioni ambientali possono avere un impatto negativo, generando forti pressioni e una condizione di stress.

    Eventi di questo tipo possono riguardare piccole seccature quotidiane (per es. rimanere intrappolati nel traffico, prendere una multa), condizioni pressochè stabili della vita quotidiana (per es. ambiente di lavoro ostile e competitivo, difficoltà economiche), o l’esposizione ad eventi estremi e inconsueti (per es. incidenti stradali, terremoti, incendi, etc.).

    L’intensità e le modalità delle reazioni emozionali e comportamentali a questi eventi, nonchè il protrarsi nel tempo dello stress, possono alterare in maniera sostanziale l’equilibrio psicofisico della persona, andando a costituire un importante fattore di rischio per l’insorgenza e/o l’esacerbazione di malattie fisiche.

    Nello specifico, lo stress psicologico e i fattori emozionali possono interagire con la salute fisica attraverso: 

    1)    una diminuzione della frequenza di abitudini e comportamenti salutari (per es. esercizio fisico, corretta alimentazione, sonno tranquillo) e/o un aumento di abitudini e comportamenti non salutari (per es. consumo di caffeina, nicotina, alcol, droghe e cibi insani);

    2)    risposte eccessive del sistema nervoso centrale o alterazione dei pattern di risposta fisiologica con conseguenti effetti deleteri sui vari apparati e sistemi dell’organismo.

    3)    Influenze negative di taluni stili e/o tratti di personalità sulle modalità di gestione dello stress e conseguenti ripercussioni sui comportamenti legati alla salute e sulle reazioni psicologiche e fisiologiche allo stress. 

    Le conseguenze possono comprendere alterazioni clinicamente significative dei principali sistemi e apparati dell’organismo: in particolare

    • quello cardiovascolare (per es. tachicardia, aritmie, ipertensione essenziale),
    • cutaneo (per es., psoriasi, acne, dermatite atopica, orticaria, sudorazione profusa),
    • gastrointestinale (per es. gastrite, colite ulcerosa, ulcera peptica),
    • respiratorio (per es., asma bronchiale, sindrome iperventilatoria),
    • muscoloscheletrico (per es., cefalea tensiva, crampi muscolari, torcicollo, artrite),
    • endocrino, neurologico, e immunitario.

    Per evitare simili conseguenze e/o combatterne gli effetti deleteri sulla salute può essere auspicabile intervenire secondo approcci che operino a due livelli: prevenzione da un lato e trattamento dall’altro.