• Ansia nei bambini

    In età evolutiva il disturbo d’ansia generalizzata (DAG) si manifesta con preoccupazioni eccessive e incontrollabili rispetto a una grande quantità di eventi o attività quotidiane.

    Anche se bambini più piccoli possano mostrare segni di eccessiva ansia, il disturbo d’ansia generalizzata si sviluppa all’incirca all’età di 12 anni.

    Nonostante possa esserci consapevolezza dell’eccessività delle loro preoccupazioni rispetto alle diverse situazioni, bambini e ragazzi, sentono di non essere in grado di avere un controllo su esse.

    A differenza delle normali preoccupazioni, o paure vissute durante l’infanzia, il disturbo persiste per almeno sei mesi e causa una compromissione del funzionamento in ambito sociale, scolastico e familiare. Le preoccupazioni più frequenti nei bambini e adolescenti riguardano le prestazioni scolastiche presenti e future, prestazioni sportive, relazioni sociali, aggressioni fisiche e disastri naturali.

    Spesso i giovani s’impongono alti standard nel raggiungimento dei loro risultati e sono eccessivamente critici nei propri confronti nel caso in cui questi non siano raggiunti.

    Le loro preoccupazioni si associano molte volte alla tendenza al perfezionismo e a una stretta aderenza alle regole, che li porta a ripetere delle attività al fine di assicurarsi che siano perfette (come ad esempio, riscrivere i compiti per aver commesso un solo piccolo errore).

    Trattamento

    Il trattamento d’elezione per il disturbo d’ansia generalizzata è la terapia cognitivo-comportamentale.

    Durante la terapia il supporto e la collaborazione attiva dei genitori sono elementi fondamentali, in grado di influire sui risultati ottenuti. Il loro grado di coinvolgimento varia in base all’età del bambino o dei ragazzi.

    La terapia con i bambini si avvale di diversi strumenti che una volta appresi e utilizzati con regolarità favoriscono il superamento del disturbo d’ansia generalizzata ed evitano che si ripresenti in futuro. I più comuni sono:

    • L’individuazione e la modificazione dei pensieri disfunzionali. Ai bambini o ai ragazzi viene insegnato ad individuare i pensieri disfunzionali legati agli eventi temuti. Successivamente gli si insegnerà a valutare le situazioni con maggiore oggettività, in modo da poterle affrontare con pensieri più funzionali e realistici.
    • L’esposizione. Questa tecnica consiste nel provare gradualmente ad affrontare le situazioni temute. L’esposizione alle situazioni temute, permetterà al bambino o all’adolescente, di verificare che queste non comportano un reale pericolo, imparando inoltre che affrontare e gestire l’ansia è possibile.
    • Il rinforzo. Ogni comportamento avuto dal bambino, a casa, a scuola o in terapia e che si avvicina all’obiettivo prefissato, verrà premiato al fine di renderne più probabile la ricomparsa.
    • Il modellamento. Si basa sull’utilizzo dell’adulto come modello funzionale di comportamento nell’affrontare le situazioni temute.
    • Le tecniche di rilassamento e di mindfulness. Secondo le preferenze e le caratteristiche dei singoli bambini o adolescenti, possono essere utilizzate diverse tecniche di rilassamento tra cui il rilassamento muscolare progressivo, la respirazione diaframmatica, il training autogeno e il rilassamento per immagini. La letteratura scientifica supporta inoltre l’efficacia dell’utilizzo della mindfulness nei disturbi d’ansia in età evolutiva.
    • La costruzione della resilienza. Viene insegnato ai bambini e ai ragazzi che pur non potendo controllare gli eventi, è possibile modificare l’impatto che essi hanno su di loro. L’utilizzo delle tecniche apprese durante la terapia gli permetterà di affrontare i momenti di difficoltà, superarli e di trarre degli insegnamenti utili per il futuro.
    • Il parent training. Il coinvolgimento dei genitori nella terapia con i bambini è di fondamentale importanza. Il terapeuta insegnerà loro come rispondere alle richieste e ai comportamenti dei bambini o dei ragazzi, in modo da non rinforzare le loro paure e di conseguenza il disturbo.

  • FOBIE

    Le fobie sono paure “intense e circoscritte” che hanno un’elevata specificità per una determinata fase dello sviluppo. Sono costituite da una paura specifica ed intensa di un oggetto, di un animale, di una situazione, di un evento sociale o di uno naturale.

     

    Sono persistenti, sproporzionate e irrazionali e rispetto alle comuni paure, la reazione emotiva è più intensa e il confronto con l’oggetto/situazione causa malessere significativo. Tale malessere è così invalidante da spingere il bambino ad evitare attivamente tutte le situazioni che potenzialmente lo porterebbero a contatto con lo stimolo fobico.

    Lontano dalla situazione fobica il bambino riconosce che la sua paura è esagerata, ma ciò nonostante non riesce né a eliminarla né a ridurla quando ne è in presenza.

     

    Quali sono le fobie più comuni?

    Le fobie più comuni hanno come oggetto: animali, insetti, temporali, suoni forti, buio, sangue e ferite, visite mediche o dentistiche, altezza, luoghi chiusi a seconda della fase di sviluppo.

    In cosa consiste il trattamento? 

    Il trattamento delle fobie prevede primariamente un percorso di psicoterapia cognitivo comportamentale.

    La psicoterapia delle fobie, dopo un periodo di valutazione del caso che si esaurisce in genere nell’arco del primo mese, passa attraverso l’utilizzo di svariate tecniche tra cui l’esposizione graduata agli stimoli temuti. Il bambino viene avvicinato in modo molto progressivo agli stimoli che innescano la paura, partendo da quelli più lontani dall’oggetto o situazione centrale (es. l’immagine di una siringa nuova per un fobico degli aghi o una scatoletta di mangime per un fobico dei cani). Il contatto con tali stimoli viene mantenuto essi non generano più ansia. Solo a tal punto si procede all’esposizione ad uno stimolo leggermente più ansiogeno, in una gerarchia accuratamente preparata in seduta a priori.

    In questo modo, nell’arco di poche settimane, si riesce a salire sulla gerarchia fino ad arrivare a esposizioni molto più forti, senza suscitare mai troppa ansia nel soggetto e ripetendo ogni esercizio finché non è diventato “neutro”.

    Tale procedura può spaventare molto i piccoli pazienti, poiché implica affrontare l’oggetto o situazione temuta, ma se ben effettuata, con l’aiuto di un terapeuta esperto, è assolutamente applicabile e garantisce un successo nel 90-95% dei casi.

    In alcuni casi, per rendere più efficace il metodo, si insegnano strategie di rilassamento fisiologico e si invita il bambino ad utilizzarle poco prima di esporsi agli stimoli ansiogeni, in modo da facilitare la creazione di un nuovo condizionamento, in cui l’organismo associ rilassamento, anziché ansia, agli stimoli fobici.

  • TIMIDEZZA (ANSIA SOCIALE)

    Il disturbo d’ansia sociale, chiamato anche fobia sociale, è una condizione caratterizzata da un’eccessiva coscienza di sé che va oltre la comune timidezza.

    Bambini e adolescenti con disturbo d’ansia sociale sono eccessivamente preoccupati di poter fare qualcosa d’imbarazzante o umiliante e che per questo gli altri penseranno male di loro.

    Sono così preoccupati di poter essere giudicati negativamente dagli altri che evitano di fare o dire qualsiasi cosa possa loro causare un’umiliazione.

    Le situazioni temute da bambini e ragazzi con disturbo d’ansia sociale si suddividono in due categorie:

    • Basate sulle performance
    • Basate sull’interazione


    Situazioni basate sulle performance

    Si tratta di situazioni in cui bambini e ragazzi si sentono osservati durante lo svolgimento di un’azione.

    Ecco alcuni esempi:

    • Parlare in pubblico (essere interrogati di fronte alla classe)
    • Partecipazione in classe (fare o rispondere a delle domande, leggere ad alta voce)
    • Mangiare di fronte agli altri
    • Utilizzare i bagni pubblici
    • Scrivere di fronte agli altri (ad esempio alla lavagna)
    • Entrare in una stanza o in un’aula in cui tutti sono già seduti


    Situazioni basate sull’interazione

    Includono tutte le situazioni in cui i bambini e gli adolescenti interagiscono con gli altri e sviluppano relazioni più strette.

    Ad esempio:

    • Incontrare nuove persone
    • Parlare con i compagni di classe
    • Invitare gli amici a casa
    • Partecipare a eventi sociali (ad esempio feste di compleanno)
    • Parlare con adulti, come insegnanti
    • Lavorare in gruppi a scuola
    • Esprimere le proprie opinioni

    Paura e ansia sono percepite come incontrollabili, anche se i bambini più grandi spesso si rendono conto dell’irragionevolezza delle loro preoccupazioni. Il disturbo d’ansia sociale colpisce soprattutto gli adolescenti, anche se può iniziare durante l’infanzia. Se non trattato, può portare all’isolamento e alla depressione.

    I sintomi di solito durano almeno sei mesi, e si distinguono chiaramente dal normale disagio provato dai bambini in ambienti e situazioni nuove. Il disturbo causa una compromissione significativa nelle relazioni con i coetanei, nelle prestazioni scolastiche e nel funzionamento familiare.

     

    Trattamento

    Il trattamento d’elezione per il disturbo d’ansia sociale è la terapia cognitivo-comportamentale.

    Durante la terapia il supporto e la collaborazione attiva dei genitori sono elementi fondamentali, in grado di influire sui risultati ottenuti. Il loro grado di coinvolgimento varia in base all’età del bambino o dei ragazzi.

    La terapia con i bambini si avvale di diversi strumenti che una volta appresi e utilizzati con regolarità favoriscono il superamento del disturbo d’ansia sociale ed evitano che si ripresenti in futuro. I più comuni sono:

    • L’individuazione e la modificazione dei pensieri disfunzionali. Ai bambini o ai ragazzi viene insegnato ad individuare i pensieri disfunzionali legati agli eventi temuti. Successivamente gli si insegnerà a valutare le situazioni con maggiore oggettività, in modo da poterle affrontare con pensieri più funzionali e realistici.
    • L’esposizione. Questa tecnica consiste nel provare gradualmente ad affrontare le situazioni temute. L’esposizione alle situazioni temute, permetterà al bambino o all’adolescente, di verificare che queste non comportano un reale pericolo, imparando inoltre che affrontare e gestire l’ansia è possibile.
    • Il rinforzo. Ogni comportamento avuto dal bambino, a casa, a scuola o in terapia e che si avvicina all’obiettivo prefissato, verrà premiato al fine di renderne più probabile la ricomparsa.
    • Il modellamento. Si basa sull’utilizzo dell’adulto come modello funzionale di comportamento nell’affrontare le situazioni temute.
    • Le tecniche di rilassamento e di mindfulness. Secondo le preferenze e le caratteristiche dei singoli bambini o adolescenti, possono essere utilizzate diverse tecniche di rilassamento tra cui il rilassamento muscolare progressivo, la respirazione diaframmatica, il training autogeno e il rilassamento per immagini. La letteratura scientifica supporta inoltre l’efficacia dell’utilizzo della mindfulness nei disturbi d’ansia in età evolutiva.
    • La costruzione della resilienza. Viene insegnato ai bambini e ai ragazzi che pur non potendo controllare gli eventi, è possibile modificare l’impatto che essi hanno su di loro. L’utilizzo delle tecniche apprese durante la terapia gli permetterà di affrontare i momenti di difficoltà, superarli e di trarre degli insegnamenti utili per il futuro.
    • Il parent training. Il coinvolgimento dei genitori nella terapia con i bambini è di fondamentale importanza. Il terapeuta insegnerà loro come rispondere alle richieste e ai comportamenti dei bambini o dei ragazzi, in modo da non rinforzare le loro paure e di conseguenza il disturbo.

    Fonte www.istitutobeck.com

  • Depressione infantile

    L’umore depresso include tristezza, pianto, irritabilità, con perdita di piacere/interesse per le attività quotidiane.I bambini depressi appaiono infelici, si sentono sfiduciati, senza valore e impotenti. Alcuni autori hanno dimostrato che nei bambini con diagnosi di disturbo depressivo prevale la tendenza a manifestare un “locus of control” di tipo esterno. Essi cioè non si ritengono capaci di poter influenzare il verificarsi o meno di certi eventi attraverso il proprio comportamento.

    Un diverso sintomo del disturbo dell’umore che può sostituire la tristezza è la rabbia, che molto spesso è presente nei bambini depressi. 

    Le modificazioni cognitive causate dalla depressione includono scarsa capacità di concentrarsi e ridotte prestazioni nelle attività scolastiche. Sono presenti anche sentimenti di inutilità, colpa, mancanza di fiducia in sè stessi. 

    Nella depressione grave, il bambino può avere sentimenti profondi di colpa e sentirsi responsabile per eventi occorsi in passato. Possono esserci anche pensieri di morte e suicidio. 

    La depressione può produrre modificazioni nel sonno, con ipersonnia (sonnolenza diurna) o insonnia, nell’alimentazione, con inappetenza o iperalimentazione; modificazioni nel livello di energia (facile stancabilità) o nella motivazione (difficoltà ad iniziare attività).

    In generale i bambini tendono ad avere la depressione assieme ad altri disturbi e, in generale, più sintomi sono presenti, più la depressione è grave. 

    Per i casi “sotto soglia” è importante comprendere che il bambino, pur non soddisfacendo tutti i criteri per porre diagnosi, è vulnerabile a sviluppare in futuro una depressione in piena regola. 

    Come nell’adulto, anche nel bambino le cause sono diverse e di tipo biologico, psicologico e sociale. Nella maggioranza degli adolescenti si riscontrano difficoltà di lunga data di natura sociale e familiare e un generale malfunzionamento familiare. 

    In alcuni casi vi è uno specifico fattore precipitante, un evento o una circostanza che è possibile individuare all’esordio del disturbo. In altri casi vi è un lento deterioramento delle competenze sociali e di coping (il fronteggiamento delle situazioni della vita) senza eventi scatenanti. La depressione infantile può persistere fino all’età adulta. 

  • ADHD – Disturbo da deficit di attenzione e iperattività

    Il Disturbo da Deficit di Attenzione/Iperattività  è uno dei più comuni disturbi neurocomportamentali e si manifesta, nella prima infanzia, principalmente con due classi di sintomi: un evidente livello di disattenzione e una serie di comportamenti che denotano iperattività e impulsività.

    sintomi relativi alla disattenzione si riscontrano soprattutto in bambini che, rispetto ai propri coetanei, presentano un’evidente difficoltà a rimanere attenti o a lavorare su uno stesso compito per un periodo di tempo sufficientemente prolungato. Solitamente questi soggetti non riescono a seguire le istruzioni fornite, sono disorganizzati e sbadati nello svolgimento delle loro attività, hanno difficoltà nel mantenere la concentrazione, si fanno distrarre molto facilmente dai compagni o da rumori occasionali e raramente riescono a completare un compito in modo ordinato. Quando sono in classe sembrano disorientati e, spesso, passano da un’attività all’altra senza averne completata alcuna, si guardano continuamente attorno, soprattutto durante lo svolgimento di compiti, ma anche durante la proiezione della trasmissione tv preferita, ciò accade però soprattutto nei momenti in cui tali attività risultano noiose e ripetitive.

    bambini con iperattività – impulsività giocano in modo rumoroso, parlano eccessivamente con scarso controllo dell’intensità della voce, interrompono persone che conversano o che stanno svolgendo delle attività, senza essere in grado di aspettare il momento opportuno per intervenire; i genitori e gli insegnanti li descrivono sempre in movimento e sul punto di partire, incapaci di attendere una scadenza o il proprio turno.
    Inoltre sembrano non sufficientemente orientati al compito e faticano a pianificare l’esecuzione delle attività che vengono loro assegnate.

    Le manifestazioni di iperattività e impulsività sembrano essere attribuibili ad una difficoltà di inibizione dei comportamenti inappropriati che i bambini con disturbo dell’attenzione esprimono con agitazione, difficoltà a rimanere fermi, seduti o composti quando viene loro richiesto.

    Trattamento

    Il trattamento cognitivo-comportamentale va indirizzato simultaneamente verso tutte le aree che risultano essere compromesse e riguardare pertanto le varie dimensioni implicate nel disturbo (cognitiva, emotivo-affettiva, comportamentale, relazionale).

    Le procedure di intervento più comuni offerte dallo psicologo tengono conto delle difficoltà del bambino nel valutare attentamente quali siano i passi necessari per il raggiungimento dei propri obiettivi e nel controllare la qualità del proprio lavoro durante la sua esecuzione. Per tale ragione queste procedure propongono, oltre alla gestione delle contingenze (rinforzi e punizioni), prevista anche nei programmi di natura squisitamente comportamentista, l’insegnamento di varie tecniche tra cui le autoistruzioni verbali, il problem-solving e lo stress “inoculation training” (consapevolezza e controllo delle emozioni in situazioni stressanti).

  • DISTURBO OPPOSITIVO PROVOCATORIO

    La diagnosi di Disturbo Oppositivo Provocatorio (DOP) si applica a bambini che esibiscono livelli di rabbia persistente ed evolutivamente inappropriata, irritabilità, comportamenti provocatori e oppositività, che causano menomazioni nell’adattamento e nella funzionalità sociale.

    Sintomi del Disturbo Oppositivo Provocatorio

    Una modalità di comportamento negativistico, ostile e provocatorio contraddistinto da alcuni dei seguenti elementi:

    • spesso va in collera;
    • spesso litiga con gli adulti;
    • spesso sfida attivamente o si rifiuta di rispettare le richieste o regole degli adulti;
    • spesso irrita deliberatamente le persone;
    • spesso accusa gli altri per i propri errori o il proprio cattivo comportamento;
    • è spesso suscettibile o facilmente irritato dagli altri;
    • è spesso arrabbiato e rancoroso;
    • è spesso dispettoso e vendicativo.

    Fattori di rischio

    I fattori di rischio che favoriscono l’insorgenza del DOP:

    • Essere abusato o trascurato
    • Disciplina particolarmente severa o inconsistente.
    • Genitori con una storia di ADHD, disturbo oppositivo provocatorio o problemi di comportamento.
    • Instabilità familiare.
    • Cambiamenti stressanti che inficiano il senso di coerenza di un bambino aumentano il rischio di comportamento dirompente.

    Trattamento


    Il lavoro terapeutico con il bambino si svolge attraverso varie fasi:

    • Fase psico-educativa: il bambino imparerà a riconoscere i meccanismi che gli scatenano la rabbia e la relazione che c’è tra situazioni/emozioni/comportamenti.
    • Acquisizione delle abilità: il bambino imparerà delle strategie, sia cognitive che comportamentali, che userà per gestire le situazioni che gli generano rabbia. Imparerà a parlare a se stesso (Auto-dialogo) in maniera positiva; ad esprimere in maniera corretta le proprie emozioni e le proprie richieste (training per l’assertività); a trovare delle soluzioni più funzionali per risolvere le situazioni problematiche (problem-solving). In pratica avrà la consapevolezza che può gestire i suoi comportamenti perchè dipendono da lui.

    Anche per i genitori è prevista una fase psico-educativa, in cui potranno capire bene il disturbo e il meccanismo sul quale esso si mantiene.

  • INSONNIA NEL BAMBINO

    L’insonnia in età pediatrica/adolescenziale rappresenta uno dei disturbi per cui viene più frequentemente richiesta consultazione pediatrica. Le cause possono essere legate a problemi di natura medica (ad es. assunzione di determinati farmaci, dolori ecc…) o comportamentali (mancanza di un ritmo sonno-veglia regolare, scarsa igiene del sonno, associazioni negative con il sonno ecc…). Similmente all’insonnia dell’adulto, possiamo avere disturbi di inizio e/o di mantenimento del sonno, anche se, dal punto di vista clinico, specialmente nei bambini più piccoli, le manifestazioni più frequenti sono il “rifiuto” di andare a dormire e la difficoltà a riaddormentarsi autonomamente (senza l’intervento dei genitori) durante i risvegli notturni.

    Tipicamente un bambino che dorme poco e/o male, presenta problematiche a livello comportamentale (disattenzione e/o iperattività) e cognitivo (difficoltà di apprendimento e memoria). Inoltre il sonno riveste un’importanza cruciale, poiché è proprio durante il sonno che viene prodotto l’ormone della crescita.

    Trattamento

    È importante innanzitutto conoscere i principi basilari di igiene del sonno dell’infanzia, e soprattutto quali sono le comuni abitudini scorrette che possono instaurare o cronicizzate un problema del sonno nei bambini:

    • cullarlo in braccio fino all’addormentamento;
    • mantenere un contatto fisico, seppur minimo (mano, capelli), con un genitore durante l’addormentamento;
    • farlo addormentare in posti diversi dal lettino;
    • farlo addormentare in macchina;
    • dare da bere o allattarlo durante l’addormentamento;
    • somministrare tisane o camomilla per facilitare l’addormentamento;
    • farlo stancare prima dell’ora dell’addormentamento;
    • farlo dormire a pancia in sotto;
    • fare il bagnetto prima di andare a letto (che è uno stimolo eccitante nei bambini).

    Per migliorare il sonno del bambino spesso è sufficiente intervenire su queste abitudini di vita e sui fattori ambientali (il rumore, la temperatura nella stanza, la luce nella stanza, ecc.), applicando i principi di igiene del sonno (aiutare il bambino ad associare il sonno con il suo lettino, mantenere costanti gli orari di addormentamento e risveglio, mandare il bambino a dormire già sazio).

    Numerosi studi hanno dimostrato l’efficacia dell’utilizzo di tecniche comportamentali nel trattamento del disturbo nella prima e seconda infanzia, determinando una risoluzione dei sintomi notturni oltre a benefici nel funzionamento diurno e sul benessere familiare.

    Tra le tecniche più efficaci riportiamo:

    Estinzione: consiste nella rimozione di ogni risposta di rinforzo di comportamenti errati del bambino, tramite una breve routine al bedtime con il minimo di interazione reciproca, il non intervento quando piange, il riportarlo a letto e farlo riaddormentare con le stesse modalità se si sveglia e si alza.

    Rinforzo positivo: si utilizza nei bambini di almeno 3 anni, con cui è possibile interagire verbalmente. La tecnica consiste nel patteggiare col bambino un premio se eseguirà il comportamento desiderato (es. se questa notte riesci ad addormentarti da solo domani mattina compreremo il regalo che desideri).

    Good morning light: è una strategia molto semplice che consiste nel collegare una lucetta notturna ad un timer, la luce si accende, ad esempio, alle 6 del mattino. Il bambino è invitato, semmai si svegliasse, ad attendere che la lucetta si accenda prima di recarsi al letto dei genitori, magari promettendo un premio al mattino se rispetta la regola .

    Fonte www.istitutobeck.com

  • MUTISMO SELETTIVO

    Che cos’è

    Il mutismo “selettivo” definisce una forma iperselettiva di scelta della comunicazione che fa si che il bambino parli soltanto in un ambiente ristretto, spesso quello familiare, nonostante sia stata raggiunta dal bambino la tappa regolare di acquisizione del linguaggio.

    Come si manifesta

    Il MS è un disturbo acquisito della comunicazione interpersonale contraddistinto dalle seguenti caratteristiche:

    • Il bambino non produce verbalizzazione né spontanea né su richiesta, in uno o in più ambienti dove normalmente avviene uno scambio comunicativo verbale;
    • L’anomalia interferisce con i risultati scolastici, lavorativi o con la comunicazione sociale;
    • Il disturbo è presente da almeno 1 mese (non limitato al primo mese di scuola);
    • L’incapacità di parlare non è dovuta al fatto che non si conosce, o non si è a proprio agio con il modo di parlare richiesto nella situazione sociale;
    • Il disturbo non è ricollegabile ad alcuna patologia legata ai disturbi della comunicazione, (come ad esempio la balbuzie) o ad altri disturbi psichiatrici, come schizofrenia o ritardo mentale.

    Cause

    Rispetto all’eziopatogenesi del disturbo sembra non esserci una correlazione diretta tra il disturbo e specifiche esperienze traumatiche. Studi più recenti pongono l’attenzione al temperamento del bambino  e al suo comportamento, leggendolo come un particolare disturbo inquadrabile nella sfera dei disturbi d’ansia. Non esistono al momento studi sulla predisposizione genetica al disturbo.

    Come riconoscere il mutismo selettivo

    Alcuni degli indicatori più frequenti nella prima infanzia (0-3 anni) sono:

    • Difficoltà di addormentamento
    • Disturbi del sonno
    • Difficoltà nell’alimentazione
    • Disturbi di evitamento (paura degli estranei)
    • Irrequietezza
    • Ansia di separazione
    • Timidezza eccessiva
    • Episodi di enuresi ed encopresi.

    Spesso il MS tende a sovrapporsi alla diagnosi di fobia sociale, a causa dei segnali legati al ritiro sociale e interpersonale; tuttavia esistono segnali specifici del MS che lo differenziano da altri disturbi d’ansia come i comportamenti di controllo ed oppositività in ambito familiare ed un’ipersensibilità al giudizio.

    Molti bambini con mutismo selettivo spesso inibiscono la verbalizzazione a scuola e con gli adulti al di fuori dell’ambiente familiare; alcuni non verbalizzano neppure con i coetanei, oppure scelgono di parlare solo con un ristretto gruppo di bambini. Spesso alcuni di loro, pur non verbalizzando, prediligono forme comunicative alternative quali la mimica, il disegno o la scrittura.

  • PIPI’ ADDOSSO (ENURESI)

    Un bambino soffre di Enuresi quando, pur essendo sano, si fa la pipì addosso in maniera involontaria, completa ed incontrollata, durante il sonno, ad un’età in cui il controllo vescicale dovrebbe già essere raggiunto. Parliamo in genere di un’età superiore ai 4 – 5 anni.

    L’enuresi può manifestarsi in maniera continua, se si presenta ogni notte, o saltuaria se ci sono episodi di risveglio asciutti. 

    Alcuni bambini continuano a bagnare il letto dalla nascita: è il caso dell’enuresi primaria. Altri, dopo un periodo congruo di continenza, riprendono a bagnare il letto: enuresi secondaria o acquisita. Per parlare di Enuresi la perdita di urine deve avvenire per un periodo di almeno tre mesi con una frequenza di almeno due volte a settimana. A ciò si associa una compromissione del normale funzionamento del bambino nelle aree del rapporto con i coetanei, nella vita scolastica e con il mondo esterno in genere.
    Nel caso di
    enuresi secondaria, la perdita di urine è spesso consequenziale a cambiamenti “traumatici” nella vita del bambino, come per esempio la nascita di un fratellino o un ambiente familiare poco sereno.

     

    L’intervento

    L’intervento psicoterapeutico previene la cronicizzazione del disturbo. Il trattamento cognitivo-comportamentale prevede sessioni di lavoro sia con il bambino che con i genitori.

     
    Il ricorso all’uso delle
    tecniche comportamentali, basate sull’uso del rinforzo e del condizionamento, per rieducare il bambino all’uso della toilette è fondamentale per risolvere il sintomo. 

    Il lavoro a livello cognitivo contribuisce a sostenere i genitori nel ristabilire l’equilibrio familiare e nell’adottare con il bambino il giusto stile educativo; ad aiutare il bambino ad esplorare le proprie risorse, ad accettare i cambiamenti in maniera più funzionale, a riacquistare la fiducia in sè stesso per reinserirsi in maniera adeguata nell’ambiente.

  • CACCA ADDOSSO (ENCOPRESI)

    Il bambino con encopresi si fa spesse volte la cacca addosso, a volte in maniera involontaria, altre volte volontaria. Questo accade in luoghi inappropriati, per esempio vestiti o pavimento, almeno una volta al mese per un periodo minimo di 3 mesi. Per poter far diagnosi di encopresi, il bambino deve avere almeno 4 anni e deve aver fatto tutti gli accertamenti possibili per escludere una possibile patologia di natura organica o fisiologica, come per esempio il Morbo di Hirschsprung.


    L’encopresi può essere primaria, se il controllo degli sfinteri non è mai stato acquisito, e quindi il bambino non ha mai imparato ad utilizzare il vasino per fare la cacca; secondaria se il controllo degli sfinteri è stato precedentemente acquisito in maniera adeguata e poi perduto, cioè per un periodo ha defecato nel vasino o nel WC e in un secondo momento ha cominciato invece a farsela addosso. In alcuni casi, quando le feci vengono trattenute volontariamente fino ad un limite massimo di sopportazione, possiamo avere il “megacolon psicogeno”. In pratica, la cacca che si accumula nella parte terminale dell’intestino, lo dilata in maniera cronica al punto che il bambino non avverte più lo stimolo.

    I fattori che intervengono nella genesi del problema, possono essere:

    • organici: costipazione cronica, megacolon, malattie gastrointestinali:
    • cognitivi: disturbi dell’apprendimento, deficit cognitivi;
    • psicologici: alterati rapporti familiari ed in particolare atteggiamenti iperprotettivi, aspettative e/o richieste eccessive da parte dei genitori, ansia, esperienze di abuso passate e presenti. L’encopresi può segnalare uno stato di disagio del bambino che utilizza il corpo per esprimere lo stato di ansia e aggressività percepita nel doversi adeguare alle richieste dei genitori o può assumere un significato francamente oppositivo con il rifiuto da parte del bambino di aderire al modello educativo proposto dai genitori.

     

    Il trattamento

    La terapia dell’encopresi segue quattro linee fondamentali:

    1. la dieta – la scelta di una dieta adeguata costituisce un mezzo fisiologico utilissimo per contrastare la stitichezza frequentemente associata all’encopresi.

    2. i farmaci – il trattamento farmacologico viene concordato con il pediatra o il neuropsichiatra infantile e comprende l’uso di clisteri, supposte e lassativi il cui utilizzo varia a seconda dei casi.

    3. la regolarità – Si stabiliscono dei comportamenti ripetitivi per indurre il bambino ad acquisire una certa regolarità della defecazione e le abitudini relative all’uso del gabinetto. È necessario che il bambino abbia ritmi alimentari il più possibile regolari, nonché una buona igiene del sonno. Importante è l’esercizio fisico.

    4. L’addestramento – Si effettua attraverso i metodi comportamentali che consentono di facilitare l’apprendimento e il riapprendimento del bambino attraverso tecniche basate sull’uso del rinforzo e vengono utilizzate tecniche atte ad aumentare la capacità di riconoscere lo stimolo defecatorio.

    Di fondamentale importanza è l’intervento di natura cognitiva per il controllo dei problemi emotivi e per modificare gli atteggiamenti del paziente e dei familiari legati all’encopresi all’interno di un approccio collaborativo. Il terapeuta aiuterà i genitori a capire e modificare i comportamenti che mantengono il problema e aiuterà il bambino a riacquistare la sua autostima e a sentirsi sicuro di sé, a gestire le emozioni e a migliorare le sue abilità sociali intaccate dall’isolamento.

    Fonte: www.istitutobeck.com

  • TIC

    Descrizione

    I tic sono definiti come movimenti improvvisi, ripetitivi e stereotipati o vocalizzazioni
    che coinvolgono  uno o più gruppi muscolari.

     All’interno di questa classificazione, possono essere ulteriormente distinti come tic semplici o  complessi e  tic motori o vocali. I Tic motori semplici coinvolgono di solito un gruppo muscolare isolato  e si manifestano in una singola posizione anatomica.
    Per contro, i tic motori complessi si basano sul coinvolgimento di gruppi muscolari multipli, sono più lenti e più protratti nel tempo.

    Secondo la classificazione del DSM V i Disturbi da tic comprendono quattro categorie diagnostiche distinte: disturbo di Tourette, Disturbo cronico da tic motorio o vocale; Disturbo da Tic  provvisorio , e Diturbo da Tic non altrimenti specificato (NAS). La diagnosi per qualsiasi disturbo tic si basa sulla presenza di tic motori e/o vocali ( Criterio A ), la loro durata ( Criterio B ), l’ età di esordio ( Criterio C ), e l’assenza di qualsiasi causa conosciuta come un’altra condizione medica o l’uso di sostanze ( Criterio D ).

    La localizzazione dei Tic, il tipo, la frequenza e la gravità possono variare nel corso del tempo, tuttavia, i tic devono emergere prima dei 18 anni. I Tic aumentano in generale in concomitanza con eventi stressanti od emotivamente molto coinvolgenti; possono aumentare anche in condizioni di relax, mentre le attività che richiedono un’attenzione focalizzata li fanno diminuire.

    Trattamento 

    Vengono descritte ora le caratteristiche principali di alcuni  tipi di trattamento comportamentale più efficaci per i tic e la sindrome di Tourette.

    • Pratica massiva/negativa

    Si tratta del più tradizionale trattamento comportamentale per i tic; al paziente viene chiesto di mettere in atto i tic in modo volontario, ripetuto, rapido ed intenso per un periodo di tempo specifico (es. 30 min), alternando periodi di riposo. Ha ormai un valore terapeutico modesto, soprattutto se confrontato con le più innovative tecniche di Habit Reversal.

    • Habit Reversal Training

    L’Habit Reversal è il trattamento comportamentale più studiato dalla ricerca scientifica per il trattamento di tic. Consiste in una serie di tecniche che aiutano il paziente a divenire consapevole delle proprie manifestazioni ticcose e in seguito permettono allo stesso di apprendere le cosiddette “risposte alternative” che fungono da sostituto al tic nel momento in cui sopraggiunge; questo al fine di permetterne un’inibizione e ridurne progressivamente l’occorrenza. Può essere affiancato ad esercizi di rilassamento, contingency management e generalization training. La consapevolezza dei tic è l’esito di un’accurata descrizione e detezione della manifestazione sintomatica stessa, di una procedura che evidenzia le sensazioni premonitrici dei tic, oltre che dell’utilizzo di un diario personale che registra gli accessi ticcosi per individuarne le situazioni maggiormente scatenanti. Il paziente impara a mettere in atto la risposta alternativa per 1-3 minuti o fino a quando l’esigenza di compiere il tic non scompare. La maggior parte delle ricerche cliniche riporta trattamenti su bambini ed adulti della durata di 10-14 sedute settimanali e i follow up a 10 mesi mostrano il mantenimento dell’efficacia dei trattamenti su tic motori e sonori, indipendentemente dalla presenza o assenza di un trattamento farmacologico in corso. Gli effetti sono visibili sull’intensità sintomatologica e sulla frequenza dei tic ed si esclude che vi sia una sostituzione del sintomo con la risposta alternativa appresa.

    • Automonitoraggio

    Con il termine “automonitoraggio” s’intende una tecnica psicologica che prevede la registrazione dei sintomi da parte del paziente per mezzo di un contatore elettronico o un diario. Lo scopo è l’identificazione delle situazioni e dei momenti della giornata in cui è più probabile che si manifesti un tic. È parte integrante della tecnica di Habit Reversal; per contro se usato come terapia indipendente ha effetti temporanei.

    • Contingency Management (condizionamento operante)

    Il contingency management consiste nella manipolazione delle contingenze situazionali affinchè gli intervalli di tempo in cui sono assenti i sintomi ticcosi siano rinforzati positivamente: per esempio i genitori del paziente utilizzano punti-bonus per rinforzare i comportamenti ricercati, mentre la manifestazione dei tic viene ignorata.

    Un sottotipo di contingency management sono gli interventi funzionali con i quali è possibile individuare e modulare le situazioni contestuali soggettive che determinano l’aumento o la riduzione di tic.

    • Tecniche di rilassamento

    L’uso di tali tecniche è volto alla riduzione di ansia e stress ed è rivolto a pazienti che stanno vivendo momenti difficili: è dunque indirettamente che si avrà un riscontro sulla frequenza ed intensità dei tic. Il rilassamento può aiutare a ridurre la tensione muscolare e prevede tecniche di respirazione, training muscolare progressivo, immaginazione e solitamente è parte di un trattamento multicomponenziale. Peterson e Azrin dimostrano che gli esercizi di rilassamento riducono i tic del 32%, la risposta alternativa ha un effetto pari al 55%, mentre l’automonitoraggio del 45%. In ogni modo gli effetti delle tecniche di rilassamento sono a breve termine, è bene dunque mantenerne costante la messa in pratica per un periodo superiore alle 10 settimane previste dal trattamento comportamentale. L’ipnosi ed altre tecniche di rilassamento si sono rilevate utili in proposito, ma richiedono ulteriori approfondimenti.

    • Exposure with Response Prevention

    L’applicazione di questa tecnica parte dal presupposto scientifico che vi sia un’associazione fra la sensazione premonitrice del tic, e il tic stesso (in grado, infatti, di alleviarla). Il legame esistente fra sensazione premonitrice e tic è rinforzato ogni volta che il paziente “cede”nel metterlo in atto; l’Exposure with Response Prevention ha come scopo l’interruzione dell’associazione, prevenendo così il manifestarsi del tic. I pazienti vengono esposti per un lungo periodo di tempo alla sensazione premonitrice (exposure), ma è loro richiesto di resistere ai tic (response prevention) per imparare a tollerare la spiacevole sensazione.

    L’apprendimento farà in modo che diminuisca l’esigenza percepita di mettere in atto il tic e di conseguenza che se ne riduca la frequenza.

    L’Habit Reversal mostra la stessa efficacia dell’Exposure with Response Prevention sebbene preveda lo stesso numero di interventi ma di durata dimezzata, sia nei trattamenti con bambini che con adulti; nonostante questo la dimensione dell’effetto è risultata maggiore per l’Exposure with Response Prevention. Gli studi dimostrano che L’Exposure with Response Prevention sia efficace sulla frequenza ed intensità di tic motori e sonori, in qualsiasi fascia d’età, senza alcun effetto rebound. Dal momento che i bambini più piccoli sono meno consapevoli della sensazione premonitrice, deve essere definita un’età al di sotto della quale non è possibile applicare questa tecnica.

    Fonte www.apc.it

  • Separazione: come dirlo ai bimbi

    Come dire ad un bambino che i suoi genitori si separano? Quando è opportuno parlargli? Chi deve farlo? Ecco alcune delle domande che si pongono le coppie con figli piccoli che sono arrivate alla decisione di separarsi.

    Non tutte le situazioni sono simili e non si può sottovalutare il fatto che i bambini sono diversi l’uno dall’altro per sensibilità, età, esperienza e fiducia che hanno in uno o in entrambi i genitori. In linea di massima però la scelta più auspicabile resta quella di comunicare la decisione quando la si prende (se è definitiva), prima ancora di averla messa i pratica, oppure al momento della separazione, evitando di lasciar passare troppo tempo senza fornire alcuna spiegazione o fornendo delle spiegazioni di comodo.

    La situazione migliore (che però non è sempre realizzabile) è quella in cui i genitori comunicano insieme la decisione al bambino. Questa triangolazione consente al piccolo di sentirsi amato da entrambi: di non avere la sgradevole sensazione di essere abbandonato dal genitore che lascia la casa o di sentirsi indifferente all’uno o all’altro.

    Se nessuno spiega al bambino i motivi per cui il padre se ne è andato di casa, un bambino potrà pensare che prima o poi anche la mamma se ne andrà e lui resterà solo.

    Potrà anche convincersi di essere stato lui la causa delle incomprensioni dei suoi genitori, oppure che è un destino comune a tutti i matrimoni finire con il divorzio.

    Parlandogli i genitori aiutano il bambino ad accettare gradualmente la sua nuova condizione. Parlandogli e permettendogli di fare delle domande con la certezza di ricevere delle risposte, gli danno la possibilità di esprimere le sue paure, i suoi dubbi, le sue difficoltà, e così facendo lo aiutano a non reprimere i sentimenti, a non rispondere alle difficoltà con la somatizzazione, cioè con una conversione del disagio psicologico in disturbo fisico.

    Nel parlargli è bene dirgli che i suo genitori si sono amati quando lo hanno messo al mondo e precisare che, malgrado la separazione, le incomprensioni e i cambiamenti, essi continuano a volergli bene, perché lui continua ad essere il loro bambino. A cinque-sei anni si capisce questo linguaggio anche se non si è in grado di rispondere.

    L’aspetto più rilevante è l’amore dei genitori: è una sorta di assicurazione sulla vita. Se c’è questa certezza il fatto che essi non vivano più insieme diventa meno importante, meno drammatico.

    Ma cosa fare quando i genitori sono troppo “arrabbiati” l’un l’altro e non riescono a trovare la calma e le parole necessarie a tranquillizzare il bambino?

    In questo casi si può ricorrere ad una persona della famiglia oppure ad un amico o allo psicologo: una persona che funga da mediatore e che protegga il bambino dal dolore degli adulti.

    Bibliografia: “Non solo amore” a cura di Anna Oliverio Ferraris